Il Gufo tra i romanzi “intensi e insoliti”

Ringrazio Angela Giannitrapani che per la Casa delle Donne di Milano ha scritto questa recensione accostando il mio noir a due libri di una certa levatura.

Commossa ringrazio perché ogni parola scritta con sincerità è sempre uno stimolo per andare avanti o migliorarsi.

Grazie!

Emma Saponaro
Il Gufo,
ed Les Flâneurs, 2024

Emma Saponaro esegue un’acrobazia letteraria che le riesce bene. A dirla meglio, usa delle tecniche narratologiche che le permettono di calarsi nei panni di un uomo, ovvero fa in modo che la voce narrante si cali nei panni di un uomo. Ad osservare più attentamente, sono due le voci che conducono in questa lettura: quella narrante e quella dell’uomo stesso che, a tratti comunica con un suo monologo interiore. Le due voci si alternano senza spezzarsi ma, anzi, integrandosi nei dettagli di vita e negli stati d’animo del personaggio principale. La maestria è tale che l’autrice ottiene immediatamente la cosiddetta ‘sospensione di incredulità’; fa in modo cioè che chi legge, attraverso un atto di fiducia in chi scrive, segua la storia dal di dentro e abbandonando il suo occhio esterno ne condivida la congruenza.
Così, sin dalle prime pagine è facile familiarizzare con Guido Vitali. Uomo di mezza età, pingue e informe nel fisico, trascurato nell’abbigliamento è stato un eccellente commissario di polizia. Ma, coinvolto ingiustamente in un delitto e poi scagionato, decide di dimettersi e si dedica a indagini private con una sua agenzia. E’ solitario, misantropo, ex alcolista con tentativi di recidive, gli è rimasto tuttavia il suo fiuto da bravo investigatore. Non è sposato e non ha rapporti agevoli con le donne, anche se ci fa sapere di avere avuto precedenti relazioni. E’ brusco e poco gioviale anche con rappresentanti del suo sesso. Con tutti, insomma. Anche con la servizievole signora Rosalba, che gli fa da segretaria.
E viene subito sopranominato dalla voce narrante il Gufo. Dunque, un uomo antipatico. E ancor di più Emma Saponaro è sapiente nel coinvolgere chi legge in questo personaggio, nella sua vita e negli accenni al suo passato che dissemina pian piano lungo la storia. E’ facile seguire un personaggio simpatico, più difficile farlo con uno antipatico. Eppure, Guido Vitali non vi mollerà.
Anche perché questo romanzo è un noir che ha il suo ritmo, la sua suspence e che fa le sue rivelazioni a tempo debito. Si intrecciano, dunque, l’evento che lo ha spinto a dimettersi dalla polizia con un paio di indagini attuali, un caso di omicidio e uno di stalker. A questi si aggiungono, come uno spuntone acuminato, le mail di certa, e non meglio identificata, ‘madre disperata’ che lanciano con brevi messaggi appelli misteriosi relativamente a un evento traumatico subito da sua figlia. Il Gufo ne è subito incuriosito e successivamente ossessionato con, in ultimo, la premonizione che la cosa lo riguardi più da vicino di quanto non abbia pensato prima.
Nemmeno il rapporto sentimentale che si istaura con la paziente e amorevole Iolanda riesce a rasserenarlo e a sciogliere i nodi che vengono dalla sua infelice e solitaria infanzia e che lo tengono ingabbiato in un uomo misogino ma tormentato, rude ma con ripensamenti senza riuscire a liberarsi da sé stesso e dal suo passato.
Tutti gli elementi e gli eventi confluiscono come un fiume in piena verso la rocambolesca finale, un po’ spettacolare forse rispetto alla coerenza di tutto il testo ma probabilmente inevitabile.
Non sarebbe corretto rivelare di più se non che il racconto contiene il tema forte del rapporto maschile non solo con il mondo femminile ma con il mondo in genere. E, se è esplicito anche il tema della violenza sulle donne, lo è altrettanto quello della violenza che il maschilismo agisce su sé stesso, quanto i maschi del patriarcato siano vittime degli stereotipi che li riguardano, che siano quelli acquisiti nell’età adulta ma anche, e soprattutto, quelli patiti nell’infanzia sia dalla madre che dal padre.
Un noir raffinato e ben costruito, più spesso di una detective story per la complessità del personaggio e dei temi messi in campo.

Angela Giannitrapani

leggi la recensione Lo consiglio perché

Un maelstrom di inchiostro spumoso. Rec. a “Il Gufo” di Emma Saponaro

Questo romanzo è il racconto di una violenza che stratifica, una verità che si svela piano piano, un po’ per volta. La menzogna brilla in superficie, fintamente dorata, come certi gioielli a buon mercato: se gratti la patina dorata, la lucentezza svanisce e si svela l’inganno. Guido Vitali è un detective privato con un passato da poliziotto; gli hanno cucito addosso il soprannome di Gufo, un po’ perché ne ha l’aspetto e un po’ per le sue doti da investigatore. Ha anche tante dipendenze: alcol, fumo, psicofarmaci; una specie di liquido amniotico nel quale restare sospeso, dentro il ricordo di un passato torbido che ancora lo rincorre. Al lettore riporta alla mente il Philip Marlowe di Chandler o il Duca Lamberti di Scerbanenco, perché anche il Gufo non ha solo la postura del detective, ma ne incarna l’essenza: ha l’istinto della caccia. Così, quando riceve l’email di una madre disperata, che invoca il suo aiuto, dopo un primo momento di disinteresse, deve scoprire cosa ci sia dietro questa richiesta. Da quel momento la vita del Gufo cambia e inizia quella che appare in un certo senso una lenta catabasi verso l’origine del male.

     Le storie di donne avvolte dalla violenza – tema che emerge con crescente forza emotiva dalle pagine del libro – non rischiano di apparire né pretestuose né di cornice, perché Saponaro sa farle discendere da un sentore narrativo che affonda nella tradizione del genere. Se – per tornare a Scerbanenco – una volta c’erano I ragazzi del massacro, oggi abbiamo a che fare con i cosiddetti incel, un sottobosco di uomini, per lo più giovani, che tra le mura riparate di un forum danno sfogo alla propria misoginia, un sentimento di odio impastato col desiderio di vendetta per ogni donna, senza distinzione. Dileggiate e stuprate già nelle intenzioni attraverso epiteti vecchi e nuovi. Tante sono le donne che popolano il microcosmo del Gufo: un atlante di figure femminili che sembra la personificazione di un cliché: c’è Rosalba, la segretaria impicciona ma accondiscendente; Iolanda, l’amante e il rifugio; c’è Bianca, l’amore vero, quello che però Guido ha lasciato andare via. Su tutte torreggia, ambigua e disturbante, la madre, o meglio, il suo ricordo, al quale, il nostro si tiene aggrappato come a un ancestrale senso di dipendenza. Questa, probabilmente, è la più feroce di tutte. Perciò Guido ha paura dei sentimenti e cede spesso al puro sesso.      La storia che racconta Saponaro è ambientata a Roma. Eppure non sarebbe difficile immaginare i suoi personaggi in una certa Milano, quella del già citato Scerbanenco ma anche quella sapientemente raccontata da un altro milanese, Dino Buzzati. Difatti, come in Viaggio agli inferni del secolo (ma poi anche in Poema a fumetti), Il Gufo è la storia di una discesa agli inferi. Un viaggio affrontato dallo stesso protagonista che, un capitolo dopo l’altro, si troverà faccia a faccia con demoni di un passato che non avrebbe mai voluto affrontare. Allo stesso tempo, la frequenza con cui “madre disperata” scrive a Vitali scandisce i tempi del romanzo, con un certo ritmo, fino a raggiungere il parossismo. In sottofondo l’ossessione che Vitali sviluppa per queste email non è che una variazione eccitata dell’attesa. Il lettore che si accosta a questo romanzo abbraccia la sorte di Guido, ne condivide le grandi angosce e le fugaci gioie. Si addentra nelle spire di una storia che risucchia sempre più a fondo, immerso in un maelstrom di inchiostro spumoso. 

Emma Saponaro, Il Gufo

pp. 237, euro 17.00, Les Flâneurs, Montparnasse, Bari, 2024

Si parla de Il Gufo su una rivista che amo

C’è ancora domani, l’esordio alla regia di Paola Cortellesi

Non si può!
Non si può tacere dopo aver visto “C’è ancora domani”.
Non si può tacere come vorrebbero gli uomini che ritrae Paola Cortellesi, quelli che ti maltrattano perché TU non devi parlare, e soprattutto non devi neanche pensare. Sei fatta per crescere i figli, per soddisfare le voglie, preparare la cena. Guai se rompi anche solo un bicchiere o rispondi male perché altrimenti… te le sei cercate. E allora si balla. Già, perché le scene violente (avviso per i guardoni) si trasformano in danze. Una danza che fa immaginare, una danza che può far male. Si pensi a quanta violenza viviamo oggi, quante parole taglienti e velenose, quanti ricatti morali. Parole come pugni sullo stomaco, che non lasciano lividi fuori ma dentro, e sono forse i più dolorosi.
Il film è potente, ma potente potente.
Sembra che tu, donna spettatrice, stia lì a tavola con loro e viva il terrore che qualcosa possa andar storto. E intanto tu, sempre tu donna spettatrice, avverti la rabbia montare, senti la voglia di urlare, ribellarti, reagire. Ma non puoi, e allora piangi. Io sì, ho pianto per quasi tutto il film. Ho pianto per tutti questi motivi e anche per la rassegnazione e tanto altro. Poi la maestria di Cortellesi sta anche nel fatto che ogni tanto ti regala stoccate ironiche strappandoti un sorriso.
Il film è dedicato a quelle donne che inosservate e silenziosamente hanno contribuito a cambiare la storia e in qualche modo Cortellesi vuole ringraziarle. Ho pensato a queste sue parole, mentre vivevo il film (questo film si vive), e ho pensato: oltre al GRAZIE queste donne meriterebbero le SCUSE.

C’è tanta roba nelle due ore di pellicola, c’è tanta storia, vita e verità. Una verità patriarcale che purtroppo ancora striscia nelle nostre relazioni, oggi, 2023. Ce lo dice la cronaca: superati solo in Italia i cento femminicidi. CENTO!

Allora,
le critiche non le ho volute leggere, non guardo neanche i trailer prima di andare al cinema. Però è stato impossibile non sfogliare qualche post sul film dopo averlo visto, il feed ne è pieno. Ho letto parole anche a scritte a vanvera, critiche negative non motivate. Forse è un film che può irritare qualche suscettibile? Non lo so. Bianco e nero o a colori, con qualche piccolissima sbavatura, ok, però una cosa sicura la so, sono tra coloro che scrivono: ANDATELO A VEDERE!