diario di bordo pugliese #9

Renata è stanca. La mattina trascorsa a scuola, il pomeriggio un lungo Consiglio comunale. È interminabile, pensa di non farcela, Renata, ma deve. Deve per i suoi figli, suo marito, per gli affetti che la circondano e tutti gli altri. E basta questo per farle tornare la forza, e sopporta. Urli, schiamazzi, minacce le scivolano addosso come acqua fresca, che trascina con sé ogni residuo di perplessità. Non ha mai visto quel collega urlare in quel modo. La pelle del collo, ormai purpurea come lo è il suo volto quadrato, tendendosi per l’issarsi delle carotidi potrebbe squarciarsi. Urla per coprirle le parole. È il caos e il Consiglio termina che è già notte. Renata non vede l’ora di tornare a casa, ha bisogno della sua famiglia, ora, a volte trascurata per la sua diligenza e forte senso di responsabilità. Ha la sensazione che un nodo le stringa la gola, perché in fondo si sente in colpa di non poter abbracciare i suoi figli prima che si addormentino. Qualche passo e arriverà a casa, si accontenterà di baciarli sulla fronte, delicatamente. E invece a casa non arriverà mai. Tre proiettili la strappano alla vita. Una vita che ancora deve sbocciare.

Così immagino la scena mentre cammino. Renata Fonte era assessore alla pubblica istruzione nel comune di Nardò e aveva la colpa di amare la sua terra, il suo Salento, talmente tanto che ebbe l’“ardire” di opporsi alla speculazione edilizia che rischiava di trasformare i circa 1000 ettari del Parco naturale di Porto Selvaggio in una colata di cemento. Era il 1984 e il costante e consapevole impegno civile e la condotta di una vita all’insegna dell’onestà e politicamente incorruttibile le è costata la vita.

Manovra. Infilo la macchina tra due alberi sperando che l’ombra la protegga. Scarpe da ginnastica e zaino in spalla, m’inoltro nella folta macchia mediterranea per arrivare alla spiaggia di Porto Selvaggio. Fa caldo, ma non mi lamento, il cammino è piacevole anche se pietroso in discesa in salita e poi in discesa. Il mio olfatto ha il privilegio di inalare profumo di resina come non se ne sente più, e mi riporta all’infanzia, quando i profumi erano più nitidi, forti, buoni. Arrivano zaffate anche di rosmarino e di mirto. È un paradiso olfattivo, qui. I 700 metri che mi avevano detto sono in realtà lunghi 1200 e non me ne sono resa conto, è l’iPhone che li ha contati. Arrivata. Trovo un posticino sui ciottoli bianchi in prossimità dell’acqua cristallina. Posso fermarmi solo un paio d’ore (Antonio, il boss, mi dice sempre: “Stai lì per lavorare mica per riposarti!” e alle mie faccine tristi chiude la chat con un “divertiti”). Che incanto. Una meraviglia. Verde eazzurro e azzurro e verde. Mare e natura e natura e mare. Osservo intorno e non posso non immaginare residence, hotel, ristoranti, campi da tennis, le rocce deturpate, i pini abbattuti e il cemento cemento cemento cemento cemento.

Infinite grazie, Renata! Persone come te davvero cambierebbero il mondo.

Non ho domande da porvi, se non quelle sul coraggio e sulla giustizia…

Vostra Emma

P.S. Una orchidea è stata dedicata a Renata Fonte e porta il suo nome: Ophrys x renatafontae.

diario di bordo pugliese #8

Bastano pelle di capretto e sonagli colpiti con il giusto ritmo e il desiderio di saltellare fino a che il fiato regga è semplicemente inarrestabile. Il tamburello salentino aveva e ha una magica proprietà terapeutica. In realtà, come un po’ tutta la musica, ma in questo caso parliamo di danza, anche: la taranta.
Se il Salento è la patria elettiva del tarantismo, Galatina ne è il cuore.
Questo antico fenomeno è una delle tradizioni più antiche d’Italia eppure è scomparso solo negli anni ’60. È d’obbligo ricordare qui l’esimio professor Ernesto De Martino, l’antropologo delle diversità, che lo analizzò a fondo, raccogliendo dati, documenti, interviste e foto, con l’aiuto di un gruppo di lavoro costituito da esperti della psichiatria, psicologia e sociologia che avviarono, nel 1959, questa “Spedizione in Salento”, nel periodo clou della vigilia e della festa di San Paolo, il 29 giugno.
Entriamo nel contesto e vediamo cos’è il tarantismo. Almeno, provo a descriverlo.
La campagna è insidiosa e accadeva spesso che qualche fanciulla (sì, raramente i masculi) venisse morsa dalla tarantola. Da lì il finimondo. La ragazza cadeva in uno stato di prostrazione psicofisica fino ad arrivare presto a uno stato di trance spasmotico, attivando movimenti simili a quelli dell’epilessia e dell’isteria. Unica terapia, quella musicale. Non si chiamava il 118, ovvio, ma i suonatori che si davano un gran da fare per uccidere il ragno, e le cui spese ricadevano sui familiari che speravano anche per questo in una guarigione lampo. Si procedeva con un rito, o esorcismo, che vedeva la paziente, ipnotizzata dal ritmo, ballare una danza dissennata che poteva durare ore ma anche giorni, finché la poverina, stremata, cadeva a terra.
Finita la terapia, la tarantata andava in pellegrinaggio, il 29 giugno, a Galatina, per “danzare” di nuovo – a volte si dice che le più disperate si aggrappavano indemoniate sull’altare del santo – ma anche per bere l’acqua sacra del pozzo della cappella e ricevere la grazia. Questo tentativo di cristianizzazione, tuttavia si scontrò con alcune complicazioni non poco imbarazzanti, poiché le donne, durante il rituale, esibivano performance oscene e chiaramente si riteneva sconveniente che il santo fosse associato alla sessualità.
Le tarantate, attenzione, erano ragazze o donne frustrate, depresse, e per questo emarginate dalla comunità, e il tarantismo era una disgrazia che le segnava anche per tutta la vita, poiché la crisi tornava ogni anno e sempre verso il mese di giugno.
Considerando che le vittime erano sempre di origini umili, che in natura non esiste un ragno che provochi malesseri tali, che gli abitanti di Galatina ne erano immuni, si è portati a pensare che questa condotta, più o meno socialmente tollerato, dei loro traumi, fosse un vero e proprio sfogo per liberarle dalle oppressioni familiari, sociali, e quindi dal senso di fortissima frustrazione. Bisogna tener conto dell’ambiente e del periodo in cui questo fenomeno sociale è nato e si è protratto nei secoli. Ci troviamo in un’epoca patriarcale, in cui il ruolo della donna, se non di schiavitù, era di sudditanza e servilismo verso i padri e i padroni.
Oggi la taranta ha assunto un altro significato, ma ci piace pensare che quel ritmo e quella musica esercitino su di noi un potere liberatorio. La differenza è che invece di isolare, riunisce in allegria differenti generazioni e ceti.
Vi ho raccontato questo, perché ogni volta che scendo in Salento non posso fare a meno di tornare a Galatina, un vero gioiello di bellezze artistiche. Eppure, quest’anno ho visitato un piccolo luogo mai visto prima: la piccola cappella (praticamente una stanza che dà sulla strada) di San Paolo, protettore dei morsicati da animali velenosi. E da qui è nato il mio racconto.
Avete mai ballato la taranta o la pizzica? Quali sensazioni vi ha provocato?
Si è fatto tardi, la taranta mi chiama.
Vostra Emma

DIARIO DI BORDO PUGLIESE #7

Libring è stata di parola. Ho trovato sul mio conto paypal il rimborso di 375,50 euro, peccato che nella dicitura ci sia scritto “Rimborso totale”, quello che avevo richiesto (ricordo che all’atto della prenotazione mi hanno indebitamente prelevato 515 euro comprensive di 50 euro per puluzie finali) essendo la struttura piena di inghippi, sporca e non occupata. Ho contattato Altroconsumo. Vedremo.
Ho poco da scrivere, sono stata al chiodo tutto il giorno, preparando l’evento per la presentazione di Roma e iniziando a pensare alle prossime che mi attenderanno.
Bitonto 6 giugno
Barletta 7 giugno
Andria 8 giugno
Trani 9 giugno
Dovendo lasciare la masseria tra due giorni, sono uscita giusto il tempo per vedere una casetta a dieci metri dalla mia spiaggetta di Torre Squillace, proprio accanto a quella di Mogol. Semplice, pulita, piccola, forse non entrerà la valigia se la lascio aperta, ma è il contorno che mi riempie l’anima.
Dovrei uscire per cena, ma non ne ho voglia. Riesco a racimolare un po’ di pomodori, di cucummarazzi (simili ai cetrioli ma molto più buoni), basilico e olive. Apro una bottiglia di rosato Negroamaro e… continuo a stare in paradiso.
Basta poco per sentirsi in sintonia con l’ambiente, la natura, con noi stessi. Basta la semplicità. Vi siete mai trovati a disagio nel lusso, nelle situazioni costruite là dove non ce n’era bisogno e/o vi siete sentiti appagati dalla semplicità?

Vostra Emma

pomodori e negroamaro

Diario di bordo pugliese #3

 

La serata di ieri, a Nardò, è stata incantevole. Nella libreria I Volatori, con un so che di familiare, di accogliente, si è svolta la presentazione di Come il profumo, e sarà per merito del mio mentore nonché relatore Livio Romano, sarà per i sorrisi e gli occhi curiosi di un pubblico attento, e sarà pure perché abbiamo rivolto un pensiero emozionato e partecipato a Philip Roth, il “salotto” si è svolto in un caldo abbraccio empatico.
Grazie quindi al libraio Angelo che mi ha permesso di conoscere tante belle persone. Grazie anche a sua moglie, grazie a Livio Romano, ad Antonella Caputo e a tutti i presenti.

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Dietro indicazione dell’ospite della masseria in cui dimoro, ho scoperto una spiaggetta che dire incantevole è poco. Secondo me ha del magico, questo posto. In questi giorni ho conosciuto Vittorio, un anziano signore bergamasco che ogni giorno preferisce uscire dal villaggio turistico dove alloggia e camminare per due chilometri (e due al ritorno) pur di bearsi dei colori di Torre Squillace. Ho conosciuto Elisa, dagli occhi dello stesso colore del mare più azzurro, aspirante scrittrice, e suo marito. Hanno deciso di cambiare vita e auguro loro felicità e successo per ricompensarli del coraggio che li anima. E infine Anna, un’autoctona, che mi ha confidato parte della sua vita. Sì, ha del magico questo posto.
Però, non vi ho detto una chicca: qui, in questa baia, si affaccia la villa il cui ex proprietario era un tale che risponde al nome di Mogol. Proprio qui, infatti, è stata scritta “Acqua azzurra acqua chiara”, ed è sempre qui che insieme a un altro tale di nome Battisti, seduti sulla spiaggia, si lasciavano ispirare dai seducenti colori del mare.
Non sentite anche voi profumo di salsedine?

Pagina FB Libreria I Volatori

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