Emma Saponaro: “Sopportare per sopravvivere”

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COME IL PROFUMO _COVERdi Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha il grande piacere di intervistare Emma Saponaro, autrice di Come il profumo.

Da dove nasce questo romanzo?

Come il profumo nasce in un momento della mia vita molto intenso sotto l’aspetto sia emotivo che affettivo. Non ho fatto altro che travasare alcuni miei stati d’animo sulle pagine di un quadernone, vestendoli di abiti diversi e inventando storie. Poi mi sono fatta prendere la mano, vittima io stessa di altre emozioni suscitate dagli stessi personaggi che avevo creato. Per trasmettere emozioni al lettore, se le si vuole trasmettere, io credo che non ci si possa limitare alle parole, alle descrizioni, ma sia necessario ricorrere ai fatti, alle storie. Creare la giusta atmosfera per accendere la commozione o la rabbia, o comunque la curiosità, e il desiderio di voltare un’altra pagina ancora. Se è accaduto per me spero che accada anche con chi mi leggerà. Tornando allo…

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Come il profumo al Caffeina Festival

COMUNICATO

Caffeina Festival, nella sezione incontri dell’edizione 2018, ospita Emma Saponaro, autrice del romanzo “Come il profumo” (Castelvecchi). La scrittrice romana sarà a Viterbo sabato 23 giugno, nella suggestiva Piazza del Comune, alle 20.30. Presenta Luigi Concordia, Lorena Paris leggerà passi del romanzo.
Emma Saponaro è già nota a Viterbo perché in collaborazione con Daria Sganappa,  scrittrice viterbese, ha curato l’antologia “Parole di pane”, uscita in due edizionI, nel 2013 e nel 2014. L’antologia, i cui proventi sono stati devoluti interamente in beneficenza, è stata patrocinata dal Comune di Viterbo e presentata nella prestigiosa cornice della Sala Regia del Comune, alla presenza del sindaco, Leonardo Michelini. A ricevere i proventi delle vendite è stata l’A.fe.SO.psi.T (Associazione Familiari e Sostenitori Sofferenti psichici).
Noir colorato di ironia, Come il profumo è un intrigante racconto che si muove a metà strada fra affetti e criminalità internazionale. Denso di colpi di scena e di improvvisi cambiamenti di ritmo e di scenario, racconta la storia di una giovane donna e della sua bambina, protagoniste di una storia nella quale i profumi, gli odori, hanno un ruolo importante.
Approdata al romanzo dopo un lungo percorso che l’ha vista dapprima blogger di successo e poi autrice di saggi psicogiuridici sulle problematiche legate all’adozione, all’abbandono e sulle violenze sulle donne, Emma Saponaro non si nasconde i rischi di questa nuova esperienza.
In attesa di conoscere la risposta del pubblico, il romanzo ha anche una pagina Facebook, molto curata, sulla quale trovare notizie ma anche riflessioni, una pagina molto seguita grazie anche a diverse iniziative, come concorsi e dibattiti su temi legati al libro. https://www.facebook.com/Comeilprofumo/

Luigi Concordia è nato a Nepi, laureato in Sociologia con indirizzo Antropologia culturale all’Università di Roma La Sapienza. Ha lavorato nel campo della disabilità mentale a Viterbo e si è sempre interessato alla salute mentale fin dai primi anni ‘70 e in seguito nell’ambito delle teorie basagliane all’interno di “Psichiatria democratica”.

Lorena Paris ha pubblicato sette sillogi poetiche. È presente come autrice in varie antologie di poesia e di poesia-haiku ed è ideatrice e conduttrice della trasmissione di cultura e società “di Tuscia un po’” su Radio Verde. È autrice e interprete di reading e performance poetiche.

La Fondazione Caffeina Cultura è nata l’8 novembre 2012 grazie al contributo di 38 soci fondatori che hanno creduto in un progetto culturale di grande rilevanza per la città di Viterbo. Associazioni imprenditoriali, aziende, privati, banche, ordini professionali, università, cooperative, ma anche semplici cittadini, si sono uniti per una causa comune: promuovere e diffondere la cultura. In 38 hanno creduto nel fare impresa sociale e nell’investire in cultura, un bene comune imprescindibile che, all’atto pratico, crea anche un valore aggiunto per il territorio. Caffeina Festival, pur essendo l’evento culturale più importante che la Fondazione organizza, non è l’unico. La Fondazione promuove, sviluppa, diffonde attività e iniziative a carattere culturale, artistico, scientifico, sociale, educativo, turistico e artigianale. Incontri, convegni, seminari, dibattiti, corsi di formazione e informazione; spettacoli e mostre. Inoltre promuove attività di formazione e corsi di aggiornamento in collaborazione con istituti scolastici e università pubbliche e private, per educatori, insegnanti, operatori sociali e cittadini e per tutte le categorie professionali e non interessate alla cultura in generale.
Il Festival è la più importante fra le manifestazioni organizzate.

CAFFEINA

Programma Caffeina Festival 2018
Sono a pag. 25, prima di Valerio Massimo Manfredi
e stesso orario de, ehm, la sagra del Maccarone  canepinese 🙂

diario di bordo pugliese #9

Renata è stanca. La mattina trascorsa a scuola, il pomeriggio un lungo Consiglio comunale. È interminabile, pensa di non farcela, Renata, ma deve. Deve per i suoi figli, suo marito, per gli affetti che la circondano e tutti gli altri. E basta questo per farle tornare la forza, e sopporta. Urli, schiamazzi, minacce le scivolano addosso come acqua fresca, che trascina con sé ogni residuo di perplessità. Non ha mai visto quel collega urlare in quel modo. La pelle del collo, ormai purpurea come lo è il suo volto quadrato, tendendosi per l’issarsi delle carotidi potrebbe squarciarsi. Urla per coprirle le parole. È il caos e il Consiglio termina che è già notte. Renata non vede l’ora di tornare a casa, ha bisogno della sua famiglia, ora, a volte trascurata per la sua diligenza e forte senso di responsabilità. Ha la sensazione che un nodo le stringa la gola, perché in fondo si sente in colpa di non poter abbracciare i suoi figli prima che si addormentino. Qualche passo e arriverà a casa, si accontenterà di baciarli sulla fronte, delicatamente. E invece a casa non arriverà mai. Tre proiettili la strappano alla vita. Una vita che ancora deve sbocciare.

Così immagino la scena mentre cammino. Renata Fonte era assessore alla pubblica istruzione nel comune di Nardò e aveva la colpa di amare la sua terra, il suo Salento, talmente tanto che ebbe l’“ardire” di opporsi alla speculazione edilizia che rischiava di trasformare i circa 1000 ettari del Parco naturale di Porto Selvaggio in una colata di cemento. Era il 1984 e il costante e consapevole impegno civile e la condotta di una vita all’insegna dell’onestà e politicamente incorruttibile le è costata la vita.

Manovra. Infilo la macchina tra due alberi sperando che l’ombra la protegga. Scarpe da ginnastica e zaino in spalla, m’inoltro nella folta macchia mediterranea per arrivare alla spiaggia di Porto Selvaggio. Fa caldo, ma non mi lamento, il cammino è piacevole anche se pietroso in discesa in salita e poi in discesa. Il mio olfatto ha il privilegio di inalare profumo di resina come non se ne sente più, e mi riporta all’infanzia, quando i profumi erano più nitidi, forti, buoni. Arrivano zaffate anche di rosmarino e di mirto. È un paradiso olfattivo, qui. I 700 metri che mi avevano detto sono in realtà lunghi 1200 e non me ne sono resa conto, è l’iPhone che li ha contati. Arrivata. Trovo un posticino sui ciottoli bianchi in prossimità dell’acqua cristallina. Posso fermarmi solo un paio d’ore (Antonio, il boss, mi dice sempre: “Stai lì per lavorare mica per riposarti!” e alle mie faccine tristi chiude la chat con un “divertiti”). Che incanto. Una meraviglia. Verde eazzurro e azzurro e verde. Mare e natura e natura e mare. Osservo intorno e non posso non immaginare residence, hotel, ristoranti, campi da tennis, le rocce deturpate, i pini abbattuti e il cemento cemento cemento cemento cemento.

Infinite grazie, Renata! Persone come te davvero cambierebbero il mondo.

Non ho domande da porvi, se non quelle sul coraggio e sulla giustizia…

Vostra Emma

P.S. Una orchidea è stata dedicata a Renata Fonte e porta il suo nome: Ophrys x renatafontae.

diario di bordo pugliese #8

Bastano pelle di capretto e sonagli colpiti con il giusto ritmo e il desiderio di saltellare fino a che il fiato regga è semplicemente inarrestabile. Il tamburello salentino aveva e ha una magica proprietà terapeutica. In realtà, come un po’ tutta la musica, ma in questo caso parliamo di danza, anche: la taranta.
Se il Salento è la patria elettiva del tarantismo, Galatina ne è il cuore.
Questo antico fenomeno è una delle tradizioni più antiche d’Italia eppure è scomparso solo negli anni ’60. È d’obbligo ricordare qui l’esimio professor Ernesto De Martino, l’antropologo delle diversità, che lo analizzò a fondo, raccogliendo dati, documenti, interviste e foto, con l’aiuto di un gruppo di lavoro costituito da esperti della psichiatria, psicologia e sociologia che avviarono, nel 1959, questa “Spedizione in Salento”, nel periodo clou della vigilia e della festa di San Paolo, il 29 giugno.
Entriamo nel contesto e vediamo cos’è il tarantismo. Almeno, provo a descriverlo.
La campagna è insidiosa e accadeva spesso che qualche fanciulla (sì, raramente i masculi) venisse morsa dalla tarantola. Da lì il finimondo. La ragazza cadeva in uno stato di prostrazione psicofisica fino ad arrivare presto a uno stato di trance spasmotico, attivando movimenti simili a quelli dell’epilessia e dell’isteria. Unica terapia, quella musicale. Non si chiamava il 118, ovvio, ma i suonatori che si davano un gran da fare per uccidere il ragno, e le cui spese ricadevano sui familiari che speravano anche per questo in una guarigione lampo. Si procedeva con un rito, o esorcismo, che vedeva la paziente, ipnotizzata dal ritmo, ballare una danza dissennata che poteva durare ore ma anche giorni, finché la poverina, stremata, cadeva a terra.
Finita la terapia, la tarantata andava in pellegrinaggio, il 29 giugno, a Galatina, per “danzare” di nuovo – a volte si dice che le più disperate si aggrappavano indemoniate sull’altare del santo – ma anche per bere l’acqua sacra del pozzo della cappella e ricevere la grazia. Questo tentativo di cristianizzazione, tuttavia si scontrò con alcune complicazioni non poco imbarazzanti, poiché le donne, durante il rituale, esibivano performance oscene e chiaramente si riteneva sconveniente che il santo fosse associato alla sessualità.
Le tarantate, attenzione, erano ragazze o donne frustrate, depresse, e per questo emarginate dalla comunità, e il tarantismo era una disgrazia che le segnava anche per tutta la vita, poiché la crisi tornava ogni anno e sempre verso il mese di giugno.
Considerando che le vittime erano sempre di origini umili, che in natura non esiste un ragno che provochi malesseri tali, che gli abitanti di Galatina ne erano immuni, si è portati a pensare che questa condotta, più o meno socialmente tollerato, dei loro traumi, fosse un vero e proprio sfogo per liberarle dalle oppressioni familiari, sociali, e quindi dal senso di fortissima frustrazione. Bisogna tener conto dell’ambiente e del periodo in cui questo fenomeno sociale è nato e si è protratto nei secoli. Ci troviamo in un’epoca patriarcale, in cui il ruolo della donna, se non di schiavitù, era di sudditanza e servilismo verso i padri e i padroni.
Oggi la taranta ha assunto un altro significato, ma ci piace pensare che quel ritmo e quella musica esercitino su di noi un potere liberatorio. La differenza è che invece di isolare, riunisce in allegria differenti generazioni e ceti.
Vi ho raccontato questo, perché ogni volta che scendo in Salento non posso fare a meno di tornare a Galatina, un vero gioiello di bellezze artistiche. Eppure, quest’anno ho visitato un piccolo luogo mai visto prima: la piccola cappella (praticamente una stanza che dà sulla strada) di San Paolo, protettore dei morsicati da animali velenosi. E da qui è nato il mio racconto.
Avete mai ballato la taranta o la pizzica? Quali sensazioni vi ha provocato?
Si è fatto tardi, la taranta mi chiama.
Vostra Emma