Ospiti speciali gli scrittori: Ettore Zanza, Beatrice Tauro, Maria Franzè, Antonella Pagano, Maurizio Carletti ed Emma Saponaro. Vi aspettiamo per brindare insieme!
Crontab è una installazione fotografica partecipativa e performativa firmata da Barbara Lalle e Marco Marassi, con la curatela di Roberta Melasecca e la partecipazione di Daniela Carreras e Luca Pagliani. Realizzata all’interno della mostra collettiva Tempo im[perfetto] alla TAG – Tevere Art Gallery lo scorso 9 novembre.
“Il tempo non è sempre uguale, tuttavia
lo è. Contiene in sé l’imperfezione e la perfezione, l’inganno della memoria,
la distruzione e la deformazione del ricordo”, scrivono Alessandro Amico,
Flavia Cardoso e Ilaria Giudice, i curatori di Tempo im[perfetto].
Messa così, sembra facile. Il tempo si
palesa: ha un ritmo, una durata, una misura. Eppure la questione è molto più complessa,
altrimenti non sarebbe stata da sempre al centro di riflessioni filosofiche. Guardando
all’antica Grecia, vediamo prevalere una concezione ciclica del tempo, scandito
dal passaggio delle stagioni, che in seguito lascerà il posto a un andamento lineare
secondo la tradizione cristiana, nella cui concezione il mondo ha avuto un
inizio e avrà una fine. Passeranno anni, secoli, ma i filosofi di riferimento saranno
sempre loro: Platone (l’immagine mobile dell’eternità) e Aristotele (misura del
movimento secondo il prima e il poi), fino a quando a dare una sterzata
rivoluzionaria ci penserà Kant, che per la prima volta pone al centro della
filosofia il soggetto e non l’oggetto osservato, riconoscendo così alla mente
umana un ruolo attivo nel processo della conoscenza. Il tempo e lo spazio sono
forme a priori della sensibilità, con la differenza che lo spazio è una
percezione proveniente dall’esterno, il tempo entra in gioco quando esistono
delle percezioni interne.
E oggi? Oggi viene messa in dubbio la sua esistenza, considerato privo di ogni realtà fisica. Allora, il tempo esiste o non esiste?
Secondo il fisico Rovelli semplicemente no, non esiste. Ma non significa che non ci sia il tempo nella nostra vita quotidiana. Non esiste un tempo ma ne esistono tanti, infiniti, uno per ogni punto dello spazio. Esistono tanti orologi nell’universo. Perché siamo tanto attratti dal velo misterioso che avvolge il tempo, il suo concetto, la sua definizione? Per la sua inafferrabilità? Per cosa? Abbiamo mai pensato a come sarebbe la nostra vita senza il tempo, senza quel tempo che misura e scandisce? Caos. Ecco così che proprio al tempo Lalle e Marassi dedicano la performance dal titolo Contrab. Quasi a voler cercare in un campo zeppo di riferimenti precisi, calcolati e programmati – quale è quello dell’informatica – una definizione scientifica e rassicurante a un concetto troppo nebuloso.
Entra Daniela Carreras con passi lenti. Si posiziona, volgendo le spalle al pubblico. I suoi movimenti sono molto semplici, ripetitivi e lenti. Si intuisce che appartengono alla sua quotidianità. È il suo tempo, il suo spazio. Si accarezza i capelli lunghi, lunghissimi, con movimenti lenti lenti lenti, movimenti lenti e ripetitivi, lenti e ripetitivi. E la sua rappresentazione si contrappone alla meccanicità, misurata e puntuale, delle lancette di un grande orologio posizionato davanti a sé. I movimenti della donna sono armoniosi, liberi, e lenti. Lenti e ripetitivi. Eppure, talmente imprevedibili che appaiono svincolati dalla musica eseguita alla chitarra da Luca Pagliani. Pur nella sua morbidezza, la melodia non può che collocarsi ingabbiata nel sistema rigido della partitura, fatta di ritmi e di tempi e di pause. In altri momenti forse sarebbe passato inosservato, ma non oggi. Oggi il tempo è palpabile e si respira tutto. E nello spartito di quel brano, Daniela continua a muoversi ignorando la sintassi musicale, le indicazioni modulate, e anzi segue solo il tempo che le appartiene e che ci trasmette. Nell’attesa di una definizione, cresce la curiosità, si attende che accada qualcosa, si tenta di immaginare il futuro, e lo bramiamo sempre di più sempre di più sempre di più. La maestria è racchiusa in questo carico di aspettative che Lalle e Marassi riescono a infondere. Giocare con il tempo per farsi beffa, ingannare (lui o noi?), muovere gli attimi e trasmettere la percezione del tempo. Eccoci. Finalmente il movimento si risolve nell’imprevedibile e nell’inaspettato e avvertiamo quell’accelerata che ci fa comprendere la distinzione dei movimenti del tempo e della sua percezione, che si dilata nella noia per poi contrarsi nel diletto. La performance è quasi finita. Ora partecipa il pubblico. Una alla volta le persone si avvicinano all’orologio, lo fissano, e Marassi fotografa. Cattura l’istante. L’istante del presente. Ed è già passato.
“Mi fermo e non faccio nulla. Non succede nulla. Non penso nulla. Ascolto lo scorrere del tempo. Questo è il tempo. Familiare e intimo. La sua rapina ci porta. Il precipitare di secondi, ore, anni ci lancia verso la vita, poi ci trascina verso il niente… Lo abitiamo come i pesci l’acqua. Il nostro essere è essere nel tempo. La sua nenia ci nutre, ci apre il mondo, ci turba, ci spaventa, ci culla. L’universo dipana il suo divenire trascinato dal tempo, secondo l’ordine del tempo.” [Carlo Rovelli – L’ordine del tempo – Adelphi]
Riflessione del momento: Se tutti noi avessimo un briciolo in più di dignità e difendessimo la nostra opera dalle grinfie imprendiEditoriali, non contribuiremmo forse a migliorare l’Editoria e i suoi “prodotti”?
Anche io ho vissuto attimi di tentazioni, è chiaro. Ma non bisogna farsi ingannare. Editoria a pagamento è anche quella che ti obbliga ad acquistare un tot di copie, a pagarti l’editing della loro CE o cercarti uno sponsor. A doppio binario, la chiamano, ma seppur infiocchettata sempre di editoria a pagamento si tratta.
Lo
zenzero e la curcuma non erano ancora entrati nei nostri supermercati e per
trovarli bisognava andare al vecchio mercato di piazza Vittorio.
Camminare
tra quei banchi era come fare il giro del mondo. Oltre alle piramidi di arance,
mele e olive, la particolarità risiedeva nei colori. I colori delle spezie più
svariate, provenienti da ogni dove, esposte in vaschette come a formare un
mosaico.
Questo
è il ricordo che viene a galla quando penso ai primi approcci con questa
piazza. La piazza del mercato. Credo che proprio grazie a questo commercio
esotico si debba non solo la contaminazione della nostra cucina, ma anche il
riconoscimento di un polo di riferimento multietnico. Nonostante il
trasferimento del mercato all’ex caserma Sani, poco distante, piazza Vittorio
infatti è stata e rimane il cuore pulsante di un quartiere multiculturale,
colorato e vivace, quale è l’Esquilino.
Cos’è
una piazza se non uno spazio libero dove i cittadini si incontrano, si
riuniscono, passeggiano. E cosa è stata la piazza nell’antichità se non luogo
con funzioni politiche e religiose? Cos’è oggi la piazza? Riflettendoci su, in
questa era che corre lungo i fili del web, probabilmente la troviamo qui, sui
social. Si parla, si chiedono consigli, si scambiano idee, opinioni e perfino
gli auguri, senza però incontrarsi mai. In tal modo, il significato di piazza
ereditato dal passato si dissolve nelle contraddizioni della città. I centri
commerciali sono i maggior punti di riferimento del commercio e lì ci si
incontra. In quei corridoi tutti uguali, illuminati dai freddi raggi di un neon,
e tra le musiche intermittenti al passaggio da un negozio all’altro.
Freddo.
Freddo gelido. Gelo glaciale.
Però.
Tra
queste contrapposizioni e il nostro bisogno ancestrale di rapporti umani (sottratti
alle barriere di un monitor), il desiderio di riconquistare il senso di quelle
relazioni non si è del tutto sgretolato.
È
stata probabilmente questa l’intuizione colta da Barbara Lalle e Marco Marassi,
firme del progetto Punto di partenza, curato da Roberta Melasecca: una
performance! Nulla di scenografico. Nulla di coreografico. Nessuna parte da
imparare, nessuna parola da memorizzare, nessun costume da indossare o posizione
da mantenere. Solo un cartello. Un cartello di invito dalla grafica esplicita –realizzata
ad hoc da Alessandro Arrigo –, con due semplici parole: Fermati,
parliamo!
E
così, sabato 26 ottobre, mi sono ritrovata con una trentina di altri performer
a dar vita al progetto Lalle-Marassi. Semplice, profondo.
Ci
siamo disposti lungo l’ampio porticato che abbraccia la piazza di stile
umbertino e quei giardini che, avendo conosciuto tempi migliori, oggi sono assediati
non solo dai cantieri per la tanto attesa riqualificazione, ma dall’incuria
che, in quel poco spazio lasciato libero, affiora nell’immondizia rigurgitante
e nelle bottiglie in vetro abbandonate a terra.
Ore 16.00. Modalità ON.
Arriviamo
sul posto, come da programma. Mi viene assegnato il porticato che unisce via
Conte Verde con via Principe Eugenio, e mi posiziono tra gli amici Roberto
Cavallini e Antonio Romano. Stendo a terra un tappeto e due cuscini da
meditazione, uno per me e l’altro per l’ospite che vuole parlare.
Vorrei
raccontare la mia esperienza attraverso gli sguardi delle persone che stanno
sfilando davanti a me e di quelle che si avvicineranno. Perché proprio attraverso
questi si colgono un mucchio di segnali: timidezza, rifiuto, timore, curiosità,
accoglienza, diffidenza e via dicendo. Nei primi dieci minuti non ne incrocio
nessuno, di sguardo. Stanno passando per lo più cinesi, quasi tutti con gli
auricolati. Quando avvertono la mia presenza, abbassano il capo. In due parole,
mi evitano.
Non
si fermerà nessuno, penso.
A
sconfessare me stessa ci penso da sola. Si avvicina infatti un signore sulla
cinquantina. Si avvicina senza leggere il cartello. Il suo sguardo scruta solo
me, e molto. Chiede spiegazioni e dopo le mie risposte, dice: «Ho tempo, tanto il
cellulare è a casa sotto carica». Mi intristisco. Poi ci prova. Non scherzo, ci
prova proprio. Ciao ciao.
Arriva
Valentina, di sua iniziativa. Il suo volto si allarga in un megasorriso. Ha gli
occhi blu cobalto che rivestono di fascino lo sguardo vivace e al tempo stesso melanconico.
Tiene laboratori teatrali, mi dice, e parliamo della commedia dell’arte e del
teatro performativo. Entriamo in sintonia e ci scambiamo i contatti Facebook.
Incrocio
lo sguardo animatamente curioso di una coppia di amiche. Una, insegnante di
geografia di Torino, l’altra, una sarta di Firenze. Intraprendenti e impegnate
nel sociale, si sono date appuntamento a Roma per un incontro sul Kurdistan.
Domande a me. Domande a loro. Ci soffermiamo su una esperienza del passato che
ci accomuna: i gruppi di lettura. Si parla parecchio e si fa tardi. Mi chiedono
consigli su locali particolari di queste parti e le indirizzo da Antonio, ché
lui è di zona.
Arrivano
due sorelle, una laureanda in ingegneria chimica, l’altra laureata in storia
dell’arte nonché corsista al terzo anno di una scuola di sartoria. Accidenti,
per me che non so attaccare un bottone è strano mi capitino due sarte in
mezz’ora. Però so attaccar bottone a chiacchiere, e lo faccio. Entrambe hanno
lo sguardo vispo e carico di curiosità. Hanno un cane, Dylan. «Non come Bob
Dylan, ma come Dylan Dog», tengono a precisarmi. La chiacchierata salta di
argomento in argomento e approda ai burritos. A tagliare corto è Dylan che da
qualche minuto sta puntando Paolina, la canetta di Antonio. «Forse vuole
parlare anche Dylan», dice una, così le invito a farlo.
Un
signore molto anziano mi guarda di sfuggita, poi continua a camminare come se
non mi avesse vista. Lo invito. «Non posso, devo andare a prendere l’autobus»,
mi risponde senza voltarsi. «Spero non attenda molto», gli rispondo. A quel
punto si ferma. «Ma di preciso, cosa sta facendo?». Spiego. Mi saluta sfoderando
un sorriso e scappa.
Sento
avvicinarsi due sguardi che non mi piacciono per niente, sono sospettosi e
carichi di sfida. Una coppia abbracciata. Lui ha gli occhi che esprimono o
vogliono esprimere spavalderia, e lancia domande mediocri, banali. Mi annoio.
Mi rivolgo alla compagna, voglio sentire la sua voce. «Roma sporca, autobus non
passare». È slava. Vorrebbero parlare di politica. Non mi va. Non con loro. Non
qui. Qui sto bene. Cambio discorso e lui mi fa: «Mi sa che sei un po’
compagna».
La
conversazione viene interrotta da una signora invadente, e a me questa invadenza
ora piace. È una ricercatrice in pensione tutto pepe, gli occhi le brillano.
«Con tutti voglio parlare, sì, con tutti. Mi faccio il giro della piazza».
Passano
una signora e un bambino interessato alla cosa. Non ha problemi ad avvicinarsi.
I suoi occhi frugano i miei e il mio cartello. Spiego la situazione. «Zia,
posso?». Si siede. Ha otto anni, mi dice, e uno sguardo puro, limpido come il
cielo di agosto, aggiungo io.
«A
scuola c’è qualche bambina che ti piace?»
«Le
femmine sono fastidiose», risponde.
«Allora,
hai qualche compagno?»
«Anche
quelli sono fastidiosi.»
Rimango
perplessa. Insisto: «Matteo, però ce l’avrai qualche amico, eh!?»
«Certo!»
«E
quelli non ti infastidiscono?»
«No
no, quelli sono amici del cuore, non mi tradiscono mai. Sanno tenere i segreti»,
chiarisce, anche se dalla dolcezza dei suoi occhi azzurri si poteva già capire.
Prosegue: «Gli altri invece vogliono ficcare il naso negli affari degli altri,
ma io li dico solo ai miei amici del cuore».
Continuiamo
a parlare di amicizia ma anche di sport e di hobby, e la zia mi dice che Matteo
ha un talento per la fotografia. Occasione che lui prende al volo per mostrarmi
le sue foto dal cellulare. Gli consiglio di andare là, là da Roberto: «Lui è un
fotografo importante, parlaci». È contento ma, ahimè, Roberto ha la sedia
occupata. Allora prendono nota della TAG, e forse ci vengono a trovare.
È
con Matteo che vorrei rimanere a parlare, però è tardi. Ciao, spero di
rivederti.
Il
caso vuole che si fermi un altro bambino. Sempre di nome Matteo, sempre di otto
anni. È affetto da sindrome di Down. Vuole parlare e il padre lo asseconda,
anche se va di fretta. Matteo fa lo spiritoso, scherza, e mi presenta il papà
come un bambino di cinque anni. «Mi raccomando, Matteo, prima di attraversare
stringigli la mano, ché i bambini vanno protetti», dico. Un successo. Sorride,
ride, e poi… E poi mi stringe così forte a lui che sento il cuore sciogliersi
al calore che emana. Troppo poco, Matteo, torna!
L’uomo
molto anziano dell’autobus ripassa dopo un paio di ore. «Sarà stanca», mi lancia
senza fermarsi. «No, è un piacere parlare con voi», rispondo. E fugge. Vorrebbe
fermarsi, lo so, ma non saprebbe di cosa parlare.
Un
signore sulla sessantina si ferma sì e no tre minuti. Vive a cinque fermate di
metro e spesso viene qui per fare un giro sotto i portici, soprattutto quando
piove. Parliamo di questa piazza, che è l’unica ad averli, i portici. E il
discorso ci porta ai porticati di Bologna, e a Bologna. Lo sguardo non lo
incrocio mai. I suoi occhi guardano di qua e di là e non si fermano mai.
Passano
tre uomini di origine araba. Uno si ferma lasciando che i due amici avanzino
senza di lui.
«Che
cosa è?», chiede, e io spiego. «Sì, ma il significato?». Spiego ancora. Mi
guarda con occhi profondi e quasi delusi. «Cosa servire?», insiste. Spiego.
«Perché?». Spiego, ci provo. «Proprio non capisco» e se ne va. Mi è piaciuta
questa sua curiosità e insistenza nel voler capire. Insomma, figo!
È
quasi finita. Manca un quarto d’ora alle sette. Si avvicina una bella
sessantenne che mi sorride. «Non mi fermo solo perché ho già parlato con una
sua amica per due ore e sono stanca». Ora sono io che sorrido a lei. Si ferma.
E quel quarto d’ora se lo prende tutto. Si sfoga. È stata lasciata dal suo
compagno molto più giovane di lei, dopo dodici anni. È di Riccione. Parla come
un fiume in piena fissando un punto indefinito oltre le mie spalle, e comunque
non mi guarda quasi mai. È ferita. Ha lo sguardo stanco, ma vuole rimettersi in
carreggiata prima possibile.
«Ciao
Rosa, abbi cura di te.»
«Sicuro!»,
mi dice.
Ore 19.00. Modalità OFF.
Raccolgo
il tappeto e i due cuscini.
Dove
si va?
In
pizzeria.
Lasciamo
la piazza. Mi accorgo di avere addosso i colori della curcuma, il sapore dello
zenzero, il profumo delle parole e, soprattutto, gli occhi dei miei compagni di
chiacchiere che non dimenticherò mai.