Magie portatili

«Voi, che leggete adesso questo libro, vi trovate un po’ più giù di me lungo il fiume del tempo… ma siete probabilmente nel vostro luogo da dove guardare lontano, quello dove andate a ricevere messaggi telepatici. Non che dobbiate esserci; i libri hanno la singolarità di essere magie portatili. Io di solito ne ascolto uno in macchina (sempre in edizione integrale; credo che gli audiolibri in edizione ridotta siano una disgrazia), e ne porto un altro con me ovunque vada. Non si può mai prevedere quando hai bisogno di una via di fuga: una coda di chilometri a un casello, i quindici minuti che devi trascorrere nell’atrio di una tetra palazzina di college prima che il tuo consulente (trattenuto in ufficio dallo sclerato o sclerata di turno che minaccia di suicidarsi perché sta per essere bocciato in qualche cazzuta materia) esca a metterti la firma su una ricevuta, sale d’aspetto negli aeroporti, lavanderie automatiche in pomeriggi piovosi e il peggio del peggio, vale a dire lo studio del medico, quando lui è in ritardo e tu devi aspettare mezz’ora per farti bistrattare qualche parte sensibile. In questi momenti trovo il libro vitale.»

Se non fosse per la breve premessa sul concetto di “telepatia”, nel senso particolare e curioso di comunicazione tra il trasmittente (scrittore) e il ricevente (lettore) attraverso le parole scritte;
se non fosse per i riferimenti come la “tetra palazzina di college” e “il consulente” o “le lavanderie automatiche”,
queste parole – con tutto rispetto per la loro esimia paternità – avrei potuto scriverle io.
In auto, nei viaggi facili, cioè quando la percorrenza è abbastanza lunga e attraversa rettilinei poco trafficati, mi piace gongolarmi ascoltando le parole di Merville nella sua opera Moby Dick. Può anche capitare che inciampo in un passo così intrigante che allungo la strada pur di ascoltare la fine del capitolo. Ecco fatto, ora sapete che anche io sono fruitrice degli audiolibri. Non li sostituisco ai libri, certamente, ma se non posso leggere, perché non approfittare di questo strumento?
Nella mia borsa inoltre è sempre presente almeno un libro leggero da leggere (che strano: leggero da leggere) nei momenti di pausa, di attesa, di noia.

«In questi momenti trovo il libro vitale

Condivido e sottoscrivo, approvo e controfirmo.
Ancora non vi ho detto chi è l’autore? Nientepopodimeno che il Maestro Stephen King nel suo On writer.
Sono in metro e, approfittando di quella mezz’ora di tempo da utilizzare al meglio, sto leggendo il capitolo intitolato Che cos’è scrivere, quando mi perdo proprio nelle parole che vi ho riportato. Mi sorprendo. Chissà quanti di voi hanno le stesse mie abitudini, ma il fatto che le abbia anche Steve, come amichevolmente chiamo Stephen quando lo leggo, beh… mi fa una certa impressione, diciamo pure un certo piacere, più o meno narcisistico. Sono così assorta nella lettura che mi sono accorta (toh, assorta-accorta. Al diavolo, Steve dice di scrivere ciò che si sente)… dicevo, mi sono accorta all’improvviso e con un certo ritardo che uno di due ragazzini, che stanno tentando di uscire di corsa dall’autovettura, è rimasto incastrato tra le due porte. Mi precipito da loro, tento di aprirle con tutta la forza che ho e poi premo un pulsante che non so cosa sia di preciso. Fatto sta che le porte si aprono. Che sollievo veder andar via i ragazzi incolumi, anche se ancora tanto, tanto spaventati… almeno credo. Mi volto e guardo le persone intorno a me, che a loro volta guardano me. Così mostro rabbia e disappunto per la loro passività, per la loro indifferenza, poteva trattarsi di omissione di soccorso, accidenti a loro!
Una signora giapponese si avvicina, mi guarda e ride. Ride proprio forte. Apre la borsa per farmi guardare dentro e dice: “Rubato soldi. Quelli ladri”. E continua a ridere.
Mi affretto a scendere alla stazione successiva… che non è la mia.

by Emma Saponaro

La foto è stata tratta dal web (sito http://www.noidivilla.it)

Odio il capodanno

Accendo il computer ancora assonnata, digito “www.google.it” e nella stringa di ricerca inserisco la prima cosa che mi viene in mente: odio il capodanno. Non c’è nulla di strano, direte voi, in molti odiano il capodanno. Lo so, ma non è per questo che sto scrivendo, ma perché ho scoperto una splendida riflessione di Gramsci scritta nel lontano 1916, e all’improvviso ho compreso meglio quel leggero malessere che mi avvolge ogni primo dell’anno. Ovviamente, condividendo la riflessione, desidero sottoporla anche alla vostra lettura.

Emma

«Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.»

(Antonio Gramsci, Gennaio 1916, l’Avanti!)

Foto tratta dal web (Fonte: Fondazione Istituto Gramsci, Archivi).