Perfetti nel tempo sbagliato

Dopo un’assenza di venti giorni, il mio ritorno a casa fu accolto con grande entusiasmo: Filippo era affettuoso come non lo era mai stato. Nei suoi occhi, scorgevo lacrime di commozione, di felicità. Tutto era perfetto. Ogni cosa era sistemata con meticoloso e perfino inquietante ordine e l’aria profumava di pulito. Lui mi avvolse delicatamente con un abbraccio, come non era solito fare, e mi condusse in salone, dove entrai, lo confesso, con un certo timore. Notai che la tavola era stata apparecchiata con amorevole cura in ogni suo particolare: la mia tovaglia preferita di lino, quella che non usavo mai per paura di macchiare; i calici di Boemia, comprati durante il nostro viaggio di nozze a Praga, pronti ad accogliere un Brunello, quello che attendeva in cantina una grande occasione per poter essere stappato. Al centro del tavolo troneggiava un vaso di cristallo – proprio quello esposto vuoto per anni – con un grande fascio di rose rosse, forse il primo che mi avesse mai regalato. Dalla cucina proveniva odore di buon cibo, che miscelandosi all’aria di pulito aveva originato un’atmosfera casalinga, intima, armoniosa, desiderabile.
Tutto era perfetto… insopportabilmente perfetto!
Avvertii stupore, disagio, pudore, timore, dolore, e anche viltà.
In quale modo avrei potuto dire a Filippo che quei pochi giorni di lontananza erano stati sufficienti per farmi capire che non lo amavo più?
La sua perseverante incomprensione nei miei riguardi, che avevo lasciato in casa chiudendo la porta prima di partire, ora si era rivelata in grado di intuire ciò che la mia reticenza continuava a trattenere.
Non mangiai quel cibo, non bevvi mai più da quei calici.
Me ne andai in silenzio, chiudendo la porta a quello che avevo sempre agognato: il suo amore.

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

L’albero di Natale

Anche gli alberi di Natale hanno un loro stile e seguono la moda. Il mio no. Lo orno con tutti i ricordi che ho potuto conservare in quella ormai consunta scatola di cartone, tenuta in piedi da uno scotch sempre rinnovato.  Ogni anno mi succede di scoperchiarla con una certa carica di curiosità, come se non sapessi cosa contenga, e poi la visione di quegli oggetti, fedeli sopravvissuti, mi provoca piacevoli, ma anche tristi, emozioni. Così procedo meticolosamente a decorare il sintetico e sempreverde abete, simbolo del rinnovarsi della vita.  Sono rimasti intatti: le palle di vetro rosso con la porporina argentata, che comprai con mia madre alla Upim, quando ancora vivevo in casa sua; un orsetto accovacciato in una piccola busta di cartone, che mi regalò mio nipote, quando era ancora bambino; un portachiavi, a forma di papera, di mia sorella; una decorazione ereditata da mio padre, tanti anni fa. Poi il gran finale. All’apice – apice intesa nelle due accezioni:  sia cima dell’albero che  sommità della scala dei ricordi affettivi –  pongo un vecchio puntale. Si è rotto almeno un paio di volte, ma il dispiacere per la sua perdita e l’ostinazione con cui l’ho sempre voluto conservare mi hanno dato la capacità di incollare le schegge di quel vetro sottile. Lui ancora esiste e si erge nel suo rosso brillante. Apparteneva a mio zio, venuto a mancare nel 1976. Ecco perchè quel puntale per me assume un valore inestimabile. Ogni anno, lo osservo, lo ammiro e ne sono veramente fiera.

Debutto di una penna

Ho ceduto alle esigenze della modernità: ho creato un blog dove poter depositare alcuni dei miei pensieri, così avrò il duplice beneficio di non perdere quelle poche idee che affiorano nella mia mente e… e… beh, per il momento ho dimenticato il secondo beneficio. Se non la smetto di vagare senza meta, rischio di scrivere ulteriori stupidaggini, quindi la finisco qui, per il vostro bene e la mia reputazione.
Accogliete questo post come una sorta di prova. Una iniziazione al blog. Un debutto della mia penna… ecco! La penna… ah la penna. La mia adorata penna. E’ incomparabile alla monotona e asettica tastiera. Ma volete mettere la mano che scorre sul foglio, mentre lo riempie di idee tradotte in ghirigori di inchiostro? Quell’inchiostro che odora, profuma e a volte fa penare perché non è morbido e fluido come si vorrebbe.
Deciso. Prossimo post: Elogio della penna!
Buona giornata a tutti.