Il momento è arrivato. Entriamo in loop!

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Oh, comunque Auguri a tutti, eh!?

Nobel per la Pace 2018

A 70 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato consegnato a Nadia Murad e Denis Meukwege.

Ho cercato notizie, ho letto e mi sono commossa. Siamo circondati da tanta disumanità, violenze e atrocità che, con tutta la buona volontà, non riusciremo mai a immaginare. Non riusciremo mai ad accostarci al dolore e alla sofferenza che attacca impietosa intere comunità.
Questo è un post un po’ confuso, un po’ patito, un po’ tutto, e non so neanche io perché lo stia scrivendo. Però lo sto facendo, così, un modo per ringraziare queste persone che dedicano la loro vita a difendere diritti, dignità, a gridare l’ingiustizia. Forse è un modo di ringraziarli e di guardare al futuro con un briciolo di speranza in più.

“Decidere di raccontare la verità è stata una delle decisioni più difficili che abbia mai preso, ma è stata anche la più importante”.
(Nadia Murad)

“È incredibile vedere queste persone sofferenti che riescono ancora a ringraziare Dio, che hanno la forza di lavorare. Mi chiedo anche come facciano a cantare, quando fanno fatica a sopravvivere. Riescono ancora a cantare, e questo mi rende felice.”
(Denis Mukwege)

Solo una sana e consapevole lettura salva il mondo dallo stress e dall’azione dispotica, uhhhh

Sono appena tornata da PLPL e decido di non aver voglia di cucinare. Ho il tutore al braccio e questa è un’ottima scusa per dire a me stessa che se voglio nutrirmi devo stare a ricasco degli altri. Entro nella solita trattoria sotto casa, dove si può mangiare pasta gluten free. Stranamente è vuota e io inizio a sfogliare i libri che ho appena acquistato alla fiera.
Entrano tre donne che occupano il tavolo vicino al mio. Finita la pacchia. Sono distinte e chiaramente amiche da tempo. Una rimpatriata, penso. No, non sono impicciona, ma attenta sì. Lo sapete che chi scrive ha l’orecchio sempre teso, no? Dunque, dicevo, le tre iniziano a parlare di cose tranquille: il lavoro, il pupo che sta male, lo svezzamento, l’incazzatura con il collega, ma il loro interloquire con “cazzo” è molto ostentato e rimbomba nella sala vuota. Cazzo, dico io, non c’è un modo diverso per dare la giusta intonazione?
Arriva una carbonara fumante e a quelle volgarità gratuite non penso più, cazzo! Assaporo la pasta. Mhhhhh, slurp, gnam. Sono in grazia di dio, sembra una pasta vera, una libidine.
Entra un uomo. È goffo. È vistosamente in imbarazzo. Posso mangiare da solo?, chiede. Si mette seduto poco lontano da me e legge il menu appoggiandosi con le braccia sullo schienale della sedia che ancora non ha sfilato da sotto il tavolino. Bizzarro, penso. Poi si mette seduto senza togliersi il cappotto. Davanti a sé ha una bottiglia di acqua minerale che versa in continuazione in piccole quantità, sbattendola ogni volta sul tavolo. Ronfa. Ringhia. Rumoreggia. A questo punto, la mia attenzione lascia le tre donne dal linguaggio vivace e acuto per concentrarsi su di lui. Mastica in un modo che la sua eco potrebbe svegliare il bambino che dorme angelico al settimo piano. E sbatte la bottiglia di acqua, ancora. Non so cosa pensare. Certo, è un rozzo, è in imbarazzo perché non gli è mai capitato di mangiare da solo. O chissà cosa. Mi fissa. Abbasso lo sguardo ma sento i suoi occhi puntarmi. Continuo ad assaporare la carbonara che non merita di essere trascurata. Lui tira su con il naso, e in un certo senso anche con la gola, contemporaneamente. Avete presente, no? Poi prende il telefonino e registra un messaggio. Sei feccia, sei una schifosa, sparisci dalla mia vita, ho lasciato le chiavi BIPPP. E non voglio più sentirti, capitoooo? Eh, ma se mangi così, ci credo che questa magari si è fatta l’amante. Poi guarda in continuazione il cellulare. Nessun messaggio, così lo sbatte sul tavolo. Ogni rumore rimbomba nella sala semivuota, ma ce ne accorgiamo solo io e la proprietaria della trattoria con la quale scambio occhiate di complicità. Le tre tipe continuano a “cazz”eggiare, noncuranti. Ho finito la carbonara, mi portano uno zabaione fatto al momento. Mhhh che goduria. Il tipo invia un altro messaggio ed è difficile non ascoltarlo perché grida. E spero solo di trovare la forza di uscire dal buio della mia vita sprecata con te. E riattacca. Si scola il calice di vino quasi d’un fiato. Gli cadono le chiavi per terra. Si inchina e gli cade la sedia. Si alza per sollevare la sedia e gli cadono le posate. Sto sudando, vorrei aiutarlo ma non posso. È faticoso assistere a ciò che sta facendo. No, mi correggo, ora è faticoso anche assistere a ciò che sta provando. Rozzo o no, sta soffrendo, è in difficoltà e il mio iniziale divertimento sta scemando.
Il locale rimane semivuoto, stranamente. Siamo ancora io, le tre “cazz”one e lo sbandato.
E gli altri?
Ho capito: saranno tutti a interessarsi di letture a Più libri più liberi. Almeno spero!

Il mio albero di natale

Ho tirato giù l’albero di natale e, come tutti gli anni, aprendo la vecchia scatola ci ho trovato di tutto. Non di semplici palle di vetro si tratta, ma di oggetti che mi ricordano tante cose e che mi riportano a ricordi di tanti anni fa, risvegliando quel dolore sottile che riposa silente perché la vita va avanti e si fa finta che non esista, il dolore. Ho buttato il puntale di mio zio. Si teneva con lo scotch e ha resistito per 42 anni, quando lui se n’è andato e io ero adolescente. Gli oggetti sono anche simboli, grimaldelli delle emozioni, pillole di vita passata.
Il mio albero è scarno, ora, niente ricordi. Guardo avanti, vivo il presente, ma quei ricordi li conservo in me, e li rianimo ornandoli di tenerezza, almeno ci provo. Perché, tutto sommato, il mio passato è un gran bel passato e non ha bisogno di oggetti per commemorarlo.

leggi L’albero di Natale