Dura è la vita dello scrittore ;-)

È una fortuna essere famosi.
Emma, direi, non proprio famosi.
È una fortuna essere abbastanza conosciuti.
Emma, direi che neanche questa sia azzeccata.
È una fortuna darsi da fare per farsi conoscere.
Ci siamo, quasi.
È una fortuna che ti sbatti tanto per far conoscere ciò che hai scritto, sulla scia delle fatiche non solo per la stesura e ristesura e riristesura del romanzo ma per la ricerca dell’editore.
Già, perché quando hai il prodotto finito della tua creatività in mano, ti chiedi cosa devi farci con questo mezzo chilo di carta, giacché non sei un Fabio Volo che non ha bisogno di alzare un solo dito per la promozione (e secondo me neanche per scrivere, ma questa è un’altra storia).
Così ti sbatti per cercare città, librerie, biblioteche, festival per presentare la tua creatura, e ti sbatti per cercare di non far andar deserti gli eventi, soprattutto quando non si tengono nella città dove vivi. Perché, insomma, è normale che lì sei certo che qualche amico o parente verrà.

Ma quanto è lunga questa premessa! Per dirvi poi cosa? Ah, sì, giusto: che tra pochi giorni presenterò il mio romanzo ad Anzio.
Chi conosco? Pochissime persone che hanno assicurato la loro presenza. E poi?
Allora ho preparato locandine e volantini e mi sono premurata di affiggerle e distribuirli in vari locali, supermercati, giornalai, ristoranti, bancomat e stabilimenti balneari.
Ma oggi no. Oggi soffro, soffro di mal di schiena che mi ha bloccata sul lettino, in spiaggia, ma sul lettino, così niente promozione, niente sbattimenti, niente diffusione né affissioni, oggi c’è solo l’intento di trovare in questa sventura almeno l’occasione di leggere.
Giunta l’ora di tornare a casa, con enorme fatica e trattenendo e nascondendo lamenti più vicini a ululati, mi sollevo dal lettino che ormai ha ben marcata la sagoma del mio corpo. Una volta raggiunta o quasi la posizione dell’homo erectus, attraversando tutte le fasi precedenti, mi accorgo che i miei vicini stanno leggendo libri. Intravedendo un minimo di alleviamento al senso di colpa, per essere stata improduttiva, mi sono rivolta a loro esordendo: «Posso disturbarvi? Siccome ho notato che vi piace leggere, posso invitarvi alla presentazione del mio romanzo?», allungandogli così un paio di volantini, nei quali, oltre all’evento del 28, è segnalato l’indirizzo della mia pagina di Facebook.
Simpatici, i vicini. Mi hanno ringraziato e sorriso, sorriso tanto. Ma non sono io che devo ringraziare loro?
A fatica salgo i 107 gradini che portano al viale. Il viale, eh il viale… È lungo cinquecento metri.
Al quattrocentocinquantesimo metro sento BIIIIPPP.
Cos’è?
Un messaggio di un non-amico di Facebook che mi chiede l’autorizzazione per una chat.
Accetto.
Leggo ma non vorrei leggere. Sono stanca, sudata, e il mal di schiana… uhhhhh
È il mio vicino di lettino-lettore, che mi ha ringraziato dell’invito alla presentazione, e mi avvisa che ho dimenticato le telline legate sotto il lettino.
Beh
Che vi devo dire?
Sono tornata indietro non fosse altro per guardare per la seconda volta i loro sorrisi.
Stavolta però erano un po’ divertiti dalla mia distrazione.
Cosa ci volete fare? Sono una creativa, e la creatività rafforza le gambe.

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14/08/2018 crolla tutto

Stai tornando dall’ufficio, dal mare, stai andando a trovare i genitori, i parenti, gli amici, stai semplicemente viaggiando. E poi? E poi un attimo e tutto cambia.
Sotto di te si sbriciolano duecento metri della strada che stai transitando, e il ponte Morandi crolla. Quel ponte, quello che attraversava Genova per quasi milleduecento metri, quello.
Crolla.
Crollano automobili e mezzi pesanti.
Crollano passeggeri, adulti e bambini, forse anche qualche animale.
Crollano.
Crolla tutto. Crolla la fiducia. Crolla la speranza. Crollano i progetti. Crolla la storia.
Crolla la vita!
Crolla quella nostra necessaria idea vitale alla quale ci si aggrappa, pur nell’incertezza, per continuare a credere che un mondo migliore esiste, per continuare a vivere, a sopravvivere.
Sale il dramma, il dolore, la sofferenza, la rabbia, l’odio, sì anche l’odio. Sale il… perché?
Sale odore di polvere, di lacrime, di sangue, di grida.
Sale odore di tragedia ingiusta, di dramma maledetto, di cemento armato infame, di sirene trepidanti.
Sale odore di disperazione.
Vi siamo vicini (silenzio).

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Il regalo difettoso

Vi consiglio vivamente di guardare questo cortometraggio animato.
Si intitola The Present ed è stato creato da Jacob Frey ispirandosi al fumetto La perfezione di Fabio Coala (aprite il link dopo aver visto il video).

Cosa c’è di speciale in questo corto?

Ve lo scrivo dopo la visione e capirete il perché.

Ora avrete sicuramente compreso perché Jacob, allora studente della prestigiosissima scuola di animazione Filmakademie di Ludwigsburg,  si sia trasferito agli Walt Disney Animation Studios.

Ma cosa colpisce della storia?

La delicatezza con cui si affronta il tema della disabilità, ma anche dell’amicizia, fa cadere di colpo tutte quelle brutte cose che si chiamano stigmatizzazioni. Senza queste, il disagiato fisico o psichico avrebbe più opportunità nella vita e potrebbe sentirsi degno membro della comunità.
Questa storia ci commuove, forse perché ci solletica l’empatia, e di colpo ci ritroviamo più sensibili, partecipiamo abbandonando inconsapevolmente tutti quei pregiudizi che tanto etichettano.
Perché allora siamo tanto diffidenti verso il “diverso”? Forse perché abbiamo paura? E paura di cosa, di accostarci al dolore? Oppure dell’incertezza di non essere in grado di rapportarci?
Seguiamo l’istinto, seguiamo il cuore, le persone con una menomazione, e fatico a chiamarla così, debbono impegnarsi di più, soffrono di più, e hanno tanto da insegnarci.
Per dirla alla Leonard Cohen C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce.

P.S. Faccio parte di questa associazione, e ogni volta che vado alla Fattoria di Alice  adoro sentir parlare quei ragazzi speciali. Se vuoi, dai uno sguardo al sito dell’Associazione, si chiama A.fe.SO.psi.T acronimo di Associazione Familiari e Sostenitori Sofferenti psichici della Tuscia. Fu per sostenerli anche economicamente che nacque Parole di pane 🙂

DIARIO DI BORDO YOGICO

Le piante, il mio primo pensiero rientrando in casa è stato: come staranno le mie piante?

Mi sono catapultata sul terrazzo per controllarle (è sempre la prima cosa che faccio al ritorno di un viaggio). Avevano la terra secca e ho subito provveduto a innaffiarle. Poi… Sorpresa! Ho un vecchio ulivo – avrà più di venti anni e lo credevo sterile visto che la sua produzione ha riguardato sempre e solo foglie – al quale per la prima volta è stata cambiata la terra a febbraio, e ora… tataaaa… è pieno di olive. Basta poco per rigoglire: terra nutriente e acqua. E, naturalmente, importante è accorgersi delle olive.  🙂

Adesso, completata questa prima importante missione, sono qui, seduta, a scrivervi di questa meravigliosa esperienza, un appuntamento annuale di cui non posso più fare a meno: il seminario di yoga in Val d’Orcia.

Isolati per quattro giorni, lontano dalla realtà chiassosa di una città come Roma, le nostre vite sono state scandite dal tempo della condivisione, respirando la natura e ascoltando i suoi suoni. È un grande utero avvolgente l’armonia che si riesce a raggiungere. Lo stress del traffico, dei tempi tirati e stracciati, dei tg angustianti sembrano essere un ricordo lontano. Non che si debbano annullare, ma viverli con meno agitazione sì. Rimane difficile descrivere i benefici delle vibrazioni che altri regalano mentre ti inserisci in un coro di respiri e di suoni che convergono in una OM circolare. Di questa non è prevedibile la fine, si chiude così, perché accade solo e unicamente in quel preciso istante.

Ogni anno c’è qualche compagno nuovo, e ogni anno vedo nei loro sguardi una luce di curiosità, di desiderio di far parte del tutto e abbandonare i compromessi che la vita inevitabilmente dispensa. Ogni persona, insieme alla valigia, porta il bagaglio della propria vita: la professione, le attitudini, le preferenze, la condizione socioeconomica e via discorrendo. Non di diversità si tratta, ma di arricchimento nello scambio relazionale. E poi le pratiche, le meditazioni, le lezioni impartite dai Maestri, uniscono le nostre diversità in un unico respiro. Quel respiro che proviene dal nostro sinuoso intimo, spesso trascurato perché distratti dalla realtà rumorosa che ci circonda, quel nostro intimo che va illuminato dalla luce dei nostri pensieri, ecco sì quello. Ebbene, quello stesso respiro che ci mette in contatto con noi stessi rendendoci più consapevoli viene sintonizzato in un tutto avvolgente. Proprio come la OM circolare, si diceva, nella quale il nostro ego si apre all’altro, agli altri, all’universo.

Non so quanti di voi abbiano avuto, al di là dello yoga, esperienza di una percezione simile, ma per me è ormai diventato fondamentale, necessario rigeneramento che tocca anche e soprattutto le corde psicoemotive. Siamo troppo attaccati ai falsi miti della felicità e perdiamo troppo tempo a inseguire miraggi. Non voglio dire che da oggi non mi distrarrò più, le incoerenze fanno parte del nostro essere, basta esserne consapevoli e scegliere. Scegliere come viverle, come affrontarle. Eppure c’è sempre una speranza nuova dalla quale non mi distrarrò mai, ed è proprio quella di guardare dall’alto ciò che mi accade intorno o che mi si scaglia contro, è quella voglia di ascoltare e, malgrado tutto, di annusare il profumo della vita. Riflessioni, pensieri, umori, sono nostri e nessuno potrà mai strapparceli, sta a noi indirizzarli verso i colori che più preferiamo.

Io sono tornata a Roma con un pensiero nuovo: puoi sempre colorare la vita come desideri tu.

Devi solo scegliere il pennello giusto, con setole morbide che possano riempirsi di tinte solari; osserva la tela della vita e soffermati su quelle che sembrano macchie indelebili, impedimenti al nostro percorso apparentemente senza via di fuga. Inizia a spennellarci sopra alcune sfumature di arancio, di giallo, del colore che più ti fa sentire in armonia, e ti accorgerai che la tua iniziale predisposizione drastica e drammatica verso quell’intoppo potrai viverlo con positività e forza d’animo che ti permetteranno di sgusciare via da quei legacci che ti rendevano immobile e passivo.

E voi, siete mai riusciti a colorare la vita come desideravate?

Vostra Emma

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©Hans Namuth, ritratto dell’artista Jackson Pollock

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