La prima esperienza lavorativa di Alice fu la spudorata dimostrazione che il mondo fuori dal suo guscio familiare ruotava all’inverso. La copriva con un velo di infelicità, che si slacciava al vento dopo la timbratura delle 18:00.
Nel grande ufficio amministrativo, erano impiegate 100 persone: 95 uomini e 5 donne. Alice e Simona erano le uniche a non rientrare nel computo dell’organico aziendale in quanto lavoravano in nero. Erano due. Erano donne. Erano giovani.
La ragioniera Bianchi e la dottoressa Rossi venivano chiamate signora; il signor Sissignore e il geometra Leccapiedi venivano chiamati dottore. Forse per valorizzare la licenza elementare del commendatore, e dare un senso alle riverenze ricevute al suo passaggio. Ma era il grande capo e in quei sistemi funzionava così, alla Fantozzi. L’epoca era quella, e Fantozzi andava alla grande, nella finzione e nella realtà.
Alice stava mettendo su casa, e pur di mantenersi il posto ingurgitava bocconi amari, fatti di situazioni al limite del ridicolo. Lavorava con diligenza, tacendo l’insofferenza. Osservava quei fantocci in giacca e cravatta e a volte sperava che un colpo di strega li colpisse in uno dei tanti inchini. Sorrideva pensando a quei poveracci che abboccavano come pesci alle promesse del commenda e non si lasciavano sfuggire l’occasione per improvvisarsi spie e tradire i colleghi.
Il direttore di Alice, del Nord, era un omone con la faccia quadrata e le lenti spesse come fondi di bottiglia. Sempre sorridente e pacifico. Una sera, terminato un colloquio che lei stessa aveva fissato, lo sentì sbraitare parole incomprensibili, forse in dialetto. In un lampo si ritrovò davanti alla porta della sua stanza.
«Cosa succede, direttore?», chiese sentendo il sangue defluire dalla sua faccia.
«Mi ha fatto perdere due ore di tempo.»
«Non capisco… Me lo ha detto lei di accettare l’appuntamento con l’architetto Biasi.»
«Ma è una donna, e lei doveva specificarlo.»
«Non potevo mica dire l’architetta!?»
Il direttore si infuriò ancora di più. Alice invece si impietosì, pensando a quanto anche il suo direttore fosse vittima di quel sistema così scorretto. Ma lui aggiunse: «Dobbiamo lavorare con professionisti, non con donne!», e a lei salì una rabbia che soffocò a malapena.
Pochi giorni e la notizia si divulgò, giungendo alle orecchie del grande capo. Alice aveva intuito di aver commesso un imperdonabile errore. Per loro, ma non per lei.
Incassato il colpo, si liberò di quei lacci che la intrappolavano in un difficile equilibrio. Sopportare per giungere all’assunzione. Rimandare scelte importanti per non sconvolgere la serenità del commenda. Aspettare.
Bussò alla porta del direttore del personale, annunciò il suo imminente matrimonio, salutò con educazione, tornò nel suo ufficio ed aspettò. Aspettò un evento facile, prevedibile, scontato. Aspettò.
Dopo una settimana, Alice fu licenziata. Si sentì libera, e quei fantocci non li incontrò più.

Categoria: Racconti
Vacanza romana
Placare la spudoratezza, far tacere le grida isteriche, spegnermi, queste erano le priorità, e il sedativo fu la soluzione più immediata. Non avrebbe però domato il fermento, la ribellione contro quegli obblighi divenuti soffocanti come l’afa che si respirava in quei giorni a Roma.
Reagii all’oblio e scappai.
La fluidità del buio e la vaporosità delle gambe sospinsero il mio ardire verso un’alba sintetica, un bagliore al di sotto di una balaustra. Qualche passo e mi ritrovai in vetta a Trinità dei Monti. Meraviglia! Scesi i gradini barcollando come un marinaio reduce da una lunga burrasca. Ispirai gli effluvi dei fiori che cingevano la scalinata. La vista di Piazza di Spagna mi rincuorò. Proseguii per quelle scale molli, che sprofondavano sempre più, fino ad arrivare ai piedi della Barcaccia, dove persi i sensi.
Fui ridestata da una voce maschile dall’accento americano che mi porgeva insistenti domande. Poi, credendomi ubriaca, decise di salvarmi a modo suo. Non scorgendo alcun rischio, allentai le difese e in pochi istanti caddi in un sonno profondo che si protrasse fino all’indomani mattina, quando mi risvegliai a casa sua, non senza impaccio.
La lucidità emersa dalla sedazione non offriva più scusanti.
«Sono fuggita dal collegio. Almeno per un giorno, vorrei vivere come una qualunque ragazza della mia età».
La comprensione e la gentilezza di Joe, questo era il suo nome, mi rassicurarono. In sella al suo scooter, vagammo per la città, visitando il Colosseo, i Fori Imperiali, il Pantheon. Percepivo nel suo sguardo un imbarazzo che via via sfumò. Era meravigliato dalla mia meraviglia. Continuava a scattarmi foto con il suo iPhone per fissare la bellezza del mio stupore, disse. E io non mi sottrassi. Girò anche un video mentre infilavo la mano nella Bocca della Verità, chiedendomi se veramente fossi scappata dal collegio. Avvampai. Poi mentendo risposi sì.
A notte inoltrata mi riaccompagnò verso casa. Per non tradire, dovevo tornare. Pochi istanti e mi persi nel suo sguardo. Sapeva. Aveva capito. Eppure assecondò i miei desideri. In silenzio. Poi mi abbracciò sussurrando: «Tranquilla, le foto non le pubblicherò. Le terrò per me. Posso averti solo così». Lo ringraziai, lo baciai e m’incamminai verso l’ambasciata, trattenendo le lacrime e con un senso di oppressione nel profondo di me.
Ho amato la libertà di quel giorno: passeggiare al mio ritmo, mangiare il gelato tra la gente, sciogliere i capelli al vento.
Ho imparato a vivere, a sorridere, a flirtare.
Ho imparato a raccontarvi tante bugie, perché questa storia è inventata.
Non sono una principessa. E Joe non è Gregory Peck.
by Emma Saponaro
In occasione dell’evento Libri di Notte, pubblicato nell’antologia “Un’estate a Roma”, edito Giulio Perrone Editore
Il quadro della situazione
Complicazione.
Riscossa l’estromissione da quelle stimolanti vertigini passionali, che credevi non finissero mai, ti senti circondare dalle dune dorate di un infinito deserto, e la bocca colma di sabbia pungente. Tutto appare fiacco, smorto, dormiente. Deprimente. Ti appelli ai ricordi, a quei momenti di attesa, a volte sconvolgente, perché sapevi che sarebbe arrivato quel tocco su quelle precise corde, perfette per far vibrare il corpo intero, e quando la scossa si irradiava fino all’apice del capo, svincolavi la pressione di una frenesia lievitante affinché inseguisse bolle di voluttà.
Coraggio.
Il corpo continua a fremere, a reclamare. Non puoi solo appellarti ai ricordi, lo sai bene.
Rimosso ogni pregiudizio, ogni remora, ascolti una supplica che sussurra dal tuo intimo. L’hai sempre ascoltata, l’hai sempre censurata. Ora i tempi sono maturi e il coraggio di liberarla e fargli spiccare il volo si sta schiudendo. L’ossessione si impone al controllo, l’indecenza alla dignità, l’esigenza al pudore. Ti aggrappi solo a quel pensiero, l’unico che potrebbe salvarti da questo sventurato torpore.
Interpretazione.
Ti rianimi al pensiero di vedere il suo corpo nudo, non completamente però. Desideri che il ventre sia coperto da un tutù. Un tutù bianco. Un ampio tutù con morbidi volant a cascata di tulle trasparente, vaporoso. Evanescente. Evanescente la tua testa, la tua ragione, la tua pudicizia. Sei preda dell’urgenza, del tormento nel quale sprofondi arrendevole alla gravità del tuo appetito. Contemplare la sua vita strizzata nella diafana gonna spalanca la porta alla smania scalpitante. Scoprire il suo sesso come se fosse la prima volta sfogliando il suo ventre un velo dopo l’altro aggrava l’ardore, e non passa inosservato. La brama famelica vuole sfrondare il corpo, la carne, dai grossi petali vaporosi.
Risveglio.
Sfumati l’ardito pensiero e la spudorata fantasia, tutto si palesa come è sempre stato. Il suo corpo, il tuo, la scaletta dei preliminari, i movimenti prevedibili, i sussurri scontati, il rapporto carente di mistero, esente da qualsiasi ambiguità. Ti vergogni delle tue fantasie, ti imbarazzi. Guardi un’ultima volta il corpo dell’amante vestito di ridicole immaginazioni, e sorridi e arrossisci. Lui ti chiede, tu non osi. Poi ti fai seria e lo implori di sostituire il Degas appeso sopra il letto con un Kandinsky.
by Emma Saponaro
Per l’antologia I vizi capitali – L’Erudita – Giulio Perrone Editore

19 marzo 1837 – Piazza della Rotonda
«Nine’, ‘ndo cori!?»
«Daje, sbrighete, ‘a gente core pe’ ariva’ prima.»
«‘Nte preoccupa’, basteno pe’ tutti.»
«Movite che rimangheno quelli fritti nell’olio ‘nzozzato.»
«So’ boni uguali. Fermate, guarda ‘sta bella cchiesa rotonna…»
«È ‘n tempio!»
«Quello che è, annamola a visita’, ‘e frittelle possono aspettà.»
«Er Pantheon sta sempre qua. Mó guarda li fochi, i lanternoni, er profumo che t’acchiappa. Nun c’hai voja de ‘ngozzatte de ‘ste bontà divine?»
«T’aspetto qua, portame tre bigné. ‘Sto capolavoro se vede mejo a panza piena. Potemo prega’ Giuseppe senza confusione, così capisce mejo che c’è ancora tanta gente che nun magna mai.»
di Emma Saponaro
