Sarà quel che sarà

gelosiaNon c’è notte che Paolo non entri nei miei sogni, nei miei incubi.
La bacia ogni volta, e poi mi guarda.
Il ghigno stampato sul suo volto entra dritto nella mia testa, come una lama impietosa.
Questa notte Paolo mi appare diverso, pallido, stanco, insignificante. Preoccupato, mi guarda e mi supplica.
Il fremito che mi scivola lungo la schiena mi ricorda che ho un corpo. Sento il suo peso, ma non lo comando più. Una forza lo guida, non io.
Non ho mai provato tanto odio. Sarà questo a darmi forza?
Con fermezza ed estrema calma, estraggo la Beretta dalla tasca interna del giubbotto di pelle nero.
Uno sparo, due, tre, quattro, cinque, sei… Un attimo dopo il susseguirsi delle immagini: i fiotti di sangue fuoriescono dal collo e dal torace di Paolo. I suoi urli soffocati ora gridano nel sangue, un sangue che si trasforma in infiniti gorgoglii. Bolle purpuree che non si dimenticano.
Lo sguardo terrorizzato di Paolo rimane fisso, anche quando il corpo scivola lento lungo la parete che si è tinta di rosso.
Poi un tonfo.
Tremebondo, fradicio di sudore, spaventosamente confuso, mi guardo intorno: sono steso sul tappeto della mia stanza da letto. Tiro un sospiro di sollievo.
Come può un uomo ridursi così? È inaccettabile.
Capisco, ora capisco. Tutto quell’odio è rivolto a me, solo a me, alla mia debolezza, alla fottuta incapacità di dichiarare i miei sentimenti. È la vita che decide per me e io non voglio, non voglio più.
Sento la mia impotenza scivolare lentamente verso il basso, proprio come il corpo di Paolo.
Ce la devo fare. Ce la farò.
Mi vesto di coraggio. Accendo una sigaretta, la mia prima sigaretta, e vado da lei. Citofono e aspetto che mi risponda. Sono le tre del mattino, ma non m’importa. Devo dirle ciò che sento, ciò che sono, ciò che voglio.
Il resto non ha più importanza.

by Emma Saponaro

foto tratta dal web

Apnea

212115Se solo le avesse dedicato più considerazione dimostrando quello che diceva di provare, lei non avrebbe trattato il corpo con disprezzo.
Accadde un’altra volta e lei non perse tempo. Non un minuto per pensare, ma assecondare il dolce e inquieto richiamo che avrebbe punito il corpo alleggerendo la mente. Un’onda e poi un’altra e poi tante altre suggerivano al suo cuore che non avrebbe potuto più lottare. Lo sguardo rassegnato e quasi ipnotizzato si posò sulla schiuma marina e da questa venne attratto il suo corpo. Si tuffò, nuotò lontano, verso l’orizzonte, quasi a rincorrere un traguardo irraggiungibile. Ogni bracciata era un pugno nello stomaco, un ricordo doloroso. Respirava aria e la risputava sott’acqua con forza, respirava e nuotava, respirava e nuotava, non era affaticata e continuò ad affondare le bracciate nell’acqua come schiaffi violenti fino a quando il fiato non si esaurì. Solo allora si fermò, esausta. Ansimava. Sentiva l’odore di salsedine che bruciava quelle ferite ancora aperte, e poi gli occhi e poi la gola. Sopra di lei una coltre di nuvole compatte, intorno a lei l’azzurro sbiadito del mare che via via sfumava verso il cielo. Aveva perso l’orizzonte, aveva perso la terra, aveva perso la dignità. Si sentiva sospesa dentro una grande bolla grigia che la avvolgeva con soffice delicatezza, mantenendola lontana dal mondo. Non sentiva niente, ma non si preoccupò.
Sdraiandosi sull’acqua, si abbandonò a un riposo. Sapeva di non poter far nulla, solo aspettare. Aspettare. Lui. O la pace. 

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

Dipendo da te

Odio il vento in faccia. Non correre, idiota!
Olga fa tutto il contrario di ciò che dovrebbe.
– Ester, guarda che bel vestito.
Il vestito? Ma le hai viste le rose all’entrata del parco? E gli effluvi della lavanda che abbiamo sfiorato, dì, li hai percepiti?
Noia. Costrizione.
I ricordi, eccoli che tornano. Mi trascinano con dolcezza nel passato. Alcuni non li riconosco fin da subito; avvolti da un alone di estraneità che man mano si dissolve, e mi si conficcano nel cuore.
A volte ne sento anche l’odore, sembra una magia.
Odore di gesso, di scuola, la scuola d’una volta.
Odore della colonia della nonna, dei biscotti della zia, odore di treno.
L’odore della domenica. Sì, la domenica aveva un odore suo: di arrosto, di bagnoschiuma, di cera sui pavimenti, di lucido da scarpe, di incenso in chiesa e di sala fumosa del cinema.
E poi l’odore del mio primo bacio, e il ricordo del suo sapore, che mi caricano di nostalgia e mi rigano le guance, perché di baci non ce ne furono più.
Vorrei correre, cantare, urlare, litigare. Vorrei disperarmi, e gioire. Mi manca tutto, solo ricordi mi restano.
Perché m’ignori, e mi parli di vestiti? Prova a metterti al mio posto.
– Bella camminata, vero Ester?
Camminata? Sono paralizzata, idiota, e “cammino” trascinata su questa dannata carrozzina da una sconosciuta come te che è pagata per farlo.
Tu non sei nulla per me. Ma non ho scelta, sono nulla anch’io!
Respiro, aspettando con brama quel giorno in cui non avrò più memoria.
E troverò finalmente la pace.

By Emma Saponaro

parole per strada per stradaMiniracconto di 1500 caratteri selezionato per l’antologia “Camminando con…” promosso da Parole per strada, edizione 2012.

Senza te

Angusto era l’androne del palazzo fine Ottocento. I quattro vigili del fuoco salirono lenti i gradini logori di una scala elicoidale che ruotava intorno alla cabina dell’ascensore, protetta da una griglia polverosa e grigia. Al terzo piano, li stava aspettando una signora, probabilmente la stessa che aveva telefonato. I suoi occhi erano sbarrati e teneva le mani incrociate sulla bocca e sul naso. Quando il primo della fila le si avvicinò, protese il collo in avanti e indicò la porta con un cenno del capo.
I vigili suonarono il campanello accanto a una targa in ottone, imbrunito dalla trascuratezza, dove era stato inciso: Cav. Manlio Guarino.
Si udì qualche passo trascinato e anche l’impalpabile rumore dello spioncino aprirsi, ma la porta restò chiusa. Si guardarono tra loro, indossarono le maschere e suonarono un’altra volta e un’altra ancora. Nessuna risposta. Sfondarono il portoncino e si diressero fino alla grande cucina da dove proveniva una voce materna, anche se non più giovane. Il tavolo era apparecchiato per due. La signora aveva quasi finito di mangiare, mentre la pietanza dell’altro posto appariva intatta. Non parve essersi accorta della loro invasione e continuava a parlare con l’uomo accanto a lei, seduto  su una poltroncina di legno. Una fune sottile lo teneva bloccato e aveva la testa canuta reclinata sul petto.
«Sei stanco, vero? Ora i signori se ne vanno, non temere», disse la donna. Poi, iniziò a sventolare il tovagliolo per cacciare un paio di mosche verso la finestra spalancata. «Nessuno ti darà fastidio, te lo prometto», disse accarezzandolo con tenerezza. Poi si rivolse agli uomini, anche se con lo sguardo nel vuoto, chinò il capo di lato fino a toccare la spalla e assunse un atteggiamento dolce e infantile. «Mio marito è molto stanco, non vedete? Ve ne andate, per favore, che ora deve riposarsi?»
«Sì, signora, ma prima l’aiutiamo», disse il più giovane dei quattro, avvicinatosi a lei per distrarla e allontanarla. «Venga con me, che a suo marito ci pensiamo noi.»
«Non mi tocchi!», urlò ritraendosi con uno scatto violento, balzando in piedi.
Nel frattempo, gli altri tre si erano avvicinati al vecchio. Il volto era gonfio ed era cereo come pure le mani.
«Secondo me, sono passati almeno tre giorni», disse uno di loro alzandogli il capo.
Il ragazzo vicino alla signora, udite quelle parole, si girò d’istinto per guardare, ma alla vista di quegli occhi ancora aperti, che apparivano sbiaditi, evaporati, cerchiati di un alone nero, ebbe un conato di vomito.
Si svolse tutto in un istante. L’anziana signora, salita su uno sgabello, fece il segno della croce e mormorò: «La luce si dissipa e le tenebre avanzano. Non posso vivere senza di te, Manlio».
L’ultimo sforzo per protrarsi verso la finestra e, sotto lo sguardo attonito del giovane, scomparve.

by Emma Saponaro

La foto è stata tratta dal web