Il segreto negli occhi

Già dai tempi del liceo, Jamila mi affascinava in modo totalizzante: capelli corvini e lisci raccolti in una lunga treccia, grandi occhi neri, pelle d’ambra che immaginavo fosse liscia come la seta. Camminava con la grazia di una ballerina classica, elegante e fiera. Delicatezza e garbo caratterizzavano il suo modo di fare; mai una parola volgare né un gesto fuori posto. Non era autocontrollo il suo, ma uno stile del tutto naturale e spontaneo. Ricordo altro di lei. Nonostante le sue labbra fossero generose di sorrisi, era difficile non scorgere una vena di malinconia nel suo sguardo profondo.
Dall’ammirarla all’innamorarmi il passo fu molto breve. Ebbi modo di accedere alla sua amicizia, così iniziai a frequentarla e i veli della sua compostezza, che discretamente l’ammantavano, lentamente caddero, svelando il mistero del suo sguardo e la bellezza della sua persona.
I nostri incontri divennero sempre più frequenti, dando modo allo scambio d’idee e di emozioni di rafforzare il rapporto. Mi sentivo così attratto da lei, dalle sue parole non dette, dai suoi sguardi distolti che, pur essendo incuriosito da ciò che il suo cuore celava, non le ho mai chiesto niente rispettando i confini della sua intimità.
Non dimenticherò mai il suo primo bacio. Era agitata e impacciata, forse anche intimorita. Quel giorno camminammo più di un’ora per trovare il luogo adatto al nostro bacio. Poi, senza che me lo aspettassi, prese lei l’iniziativa: afferrò la mia mano conducendomi tra le fronde di un salice piangente. Provai tenerezza, gioia e tanto amore. Indimenticabili rami, così morbidi e flessuosi, che creavano un’atmosfera surreale e magica che non tardò a trasportarci in un’altra dimensione. E ancora non sapevo che quei manti di fogliame avrebbero protetto i nostri baci per molto tempo ancora. Divenne, infatti, il nostro luogo segreto; nascondiglio perfetto per non svelare il nostro amore. Però qualcosa mi sfuggiva. Sinceramente, quell’amore così grande avrei voluto gridarlo al mondo. Invece, per amor suo, non opponevo resistenza, ma anzi la seguivo, complice, fedele ostaggio del suo volere, abbandonandomi a sotterfugi e uscite clandestine. La amavo troppo per contrastarla. Ero sicuro che l’incomprensibile fosse solo apparente, che a tutto ci sarebbero state valide spiegazioni, anche se per il momento mi erano del tutto oscure.
Dopo un lungo anno di attesa, finalmente tutto assunse un nuovo significato che ci permise di uscire dalle fronde e dai segreti.
Jamila, quel giorno, mi portò tra le braccia del salice piangente e cominciò a parlare ininterrottamente della sua vita.
«Proprio in questo punto si baciarono per la prima volta i miei genitori. Papà era ancora studente di Medicina quando mamma si accorse di aspettare me e decise di lasciare gli studi liceali. Si sposarono e nacqui io. All’età di quattro anni, quando papà era diventato da poco medico, decisero di portarmi dai miei nonni paterni, a Teheran. Da lì cominciò tutto. Mio padre, dopo lunghi anni di assenza, appena entrò in contatto con le sue origini, si svelò per quello che aveva deciso di non essere più: riabbracciò fedelmente l’Islam e di conseguenza diede un nuovo significato al sentimento di amore che lo aveva unito a mamma, e a me. Mi iscrisse alla scuola coranica e obbligò mia madre a indossare il chador. Ero piccola per ricordare il vero significato di ciò che mi circondava, eppure non ho mai dimenticato la sofferenza di mamma, la respiravo ogni giorno. Sembrava non fosse più lei. I suoi occhi, unica parte del viso che potevo intravedere, avevano perso il trucco e l’allegria. Mi apparivano spenti, spesso arrossati da un pianto nascosto o represso. Non sapevo ancora, non potevo sapere che trattenevano, seppur con sofferenza e caparbietà, speranza anziché rassegnazione. Avevo pochi contatti con lei.
Ero accudita da mia nonna e da mia zia, la sorella di papà. Mamma era quasi relegata, come se nessuno della famiglia si fidasse di lei, l’occidentale, la donna moderna e con strane idee per la testa. Ma io l’amavo tanto; e più l’amavo e più mi mancava.
Era forse il suo sguardo spento e triste che infondeva in me un dubbio; insinuava nel mio cuore il sospetto della giustezza di ciò che ci insegnavano a scuola. Lo avevo capito. L’amore mio verso di lei e l’apatia sua verso la vita di quel momento sono riusciti a sottrarmi da quel destino così diverso e così difficile e complicato da comprendere.
Un giorno come tanti altri uscii da scuola alla solita ora e, appena svoltato l’angolo, mi sentii afferrare bruscamente e scaraventare nel sedile posteriore di un’auto. Ero terrorizzata e mi coprii gli occhi con le mani tremanti. Altre mani afferrarono le mie e tentarono di liberarmi gli occhi. Non avrei mai immaginato che a rapirmi fosse stata proprio la mamma. Fuggimmo via con il cuore in gola, terrorizzate da un futuro incerto e ignoto.
Viaggiammo su dorsi di cammelli, a bordo di carretti, di jeep e, per ultimo, di una nave. Solo in un secondo tempo capii che la sua apatia nascondeva ribellione, e la sua docilità un piano al quale aveva faticato a lavorare per alcuni anni, perché erano poche le volte in cui le era permesso di uscire da sola, e in quelle occasioni era riuscita a contattare una organizzazione clandestina. Lei non si era mai arresa, non si era mai rassegnata a cedere la sua vita senza prima non aver tentato l’impossibile.
Durante il lunghissimo viaggio, non scoprì mai il viso dallo chador e non capivo il perché, ma, in compagnia del silenzio eloquente, benché desiderassi ardentemente riappropriarmi del suo volto, non ho mai osato chiederle nulla.
Passarono molti giorni prima che giungessimo, stremate e sporche, nel nostro paese e mamma continuava a mantenere il volto coperto. Ormai potevamo finalmente dire di essere salve e completamente fuori dall’incubo di una vita che non ci apparteneva. Ma una volta giunte in paese, il nostro cammino aveva preso la direzione opposta a quella che ci avrebbe condotto alla nostra casa. Avevo intuito. Mamma afferrò la mia mano e mi portò fin qui, sotto questo salice piangente. Ci mettemmo una di fronte all’altra io emozionata e lei, piena di orgoglio e felice di essersi riappropriata della sua vita, iniziò il rito. Guardandomi, si denudò lentamente dal velo e il suo sguardo materno, espansivo e gioioso non lasciava spazio alle parole. Affamata, mi nutrii del suo viso, per troppo tempo negato, e poi ci abbracciammo piangendo, ammantate dal solo fruscio delle fronde dell’albero. Questo albero: è qui che nasce una vita, un amore, una speranza!».

Emma Saponaro

Nella foto, gli occhi miei e di mia figlia.

Questo racconto ha partecipato al concorso letterario “Idea Donna” ricevendone il Diploma di Riconoscimento speciale.

Errore d’amore

Margherita aveva da poco compiuto diciannove anni. I lunghi capelli neri e gli occhi color pece combinati a una silhouette alta e slanciata formavano una miscela esplosiva che attirava l’attenzione di tutti i ragazzi. Frequentava l’ultimo anno di un noto liceo artistico di Roma e, nonostante la bellezza e la simpatia, non riuscì mai ad allacciare alcuna amicizia.
Stessa cosa accadeva per le storie d’amore, sempre brevi anche se intense.
Di Roberto sembrava essere innamorata pazza. Si emozionava all’ascolto delle sue parole gentili, dei suoi apprezzamenti più o meno espliciti. Prima di ogni loro incontro, sentiva mancarle l’aria e il cuore battere all’impazzata. Nonostante ciò, proprio nel momento in cui il rapporto stava per decollare, lei interruppe la storia con una scusa inventata lì per lì, come del resto accadeva sempre.
Era figlia unica e i genitori, due avvocati di fama internazionale, spesso si allontanavano qualche giorno da casa per lavoro e, ora che lei era ormai adulta, non beneficiava più della calorosa presenza della tata, ma solo della colf che incrociava all’ora di pranzo, quando rientrava dalla scuola.
Un pomeriggio, Margherita, volendosi godere uno dei tanti giorni in compagnia della sua solitudine, trascurò lo studio e accese la tv. Iniziò uno zamping meccanico e incontrollato, fino a quando qualcosa attirò la sua attenzione: un primo piano del volto di una donna di mezza età. Parlava portoghese e lei, malgrado non conoscesse quella lingua, riusciva a intuire ciò che stava comunicando. Margherita, come catturata da un’immagine magnetica, scivolò nel profondo dei grandi occhi neri della donna, e non oppose resistenza a un abbraccio quasi violento della sua voce straziata. Con difficoltà, ma riuscì a comprendere la sofferenza che quel volto stava trasmettendo.
Una lacrima rigò la guancia di Margherita, e dopo quella ne scesero altre e altre ancora, finché un pianto singhiozzante la liberò dal peso di un sospetto silenzioso che aveva nutrito per tanti anni.
Si precipitò tra gli album dei suoi primi anni di vita.
Si erano trasferiti a Roma quando lei aveva cinque anni, non di più. Prima di quell’età conservava solo ricordi sbiaditi e, per quanto si sforzasse, dalla sua memoria non riusciva a tirar fuori un volto, un episodio.
Non una foto in braccio alla mamma. Non un’immagine sul passeggino. E la mamma? Perché non si era mai fatta fotografare con il pancione? Domande che per pudore aveva posto sempre e solo a se stessa, e risposte cercate, immaginate, sì, ma mai ricevute.
Ora, gli occhi di quella donna le stavano suggerendolo la soluzione.
Alzò il ricevitore e compose il numero di telefono che appariva in sovrimpressione. Un breve scambio di parole tra loro sciolse definitivamente ogni dubbio. Era la donna ora a piangere convulsamente; Margherita, al contrario, si sentiva sollevata, alleggerita da un peso angosciante fissato dai suoi genitori per il troppo amore. Non doveva più difendersi dal sospetto, ma accettare una verità nascosta per troppo tempo.

Se solo avesse saputo…

by Emma Saponaro

Il lotto di Gennaro

Racconto esercitazione del 2008

Cari amici, vi ricordate il bar di Gennaro?Pochi tavolini semi assolati nella piazza centrale di un paesino della costa amalfitana. Bar Grande Italia! Nome alquanto pretenzioso per un locale piccolo e semplice; tale e quale al suo titolare: Gennaro. Un uomo esile, tranquillo, timido, e molto metodico.
Alle 7 di ogni mattina, cascasse il mondo, alzava le saracinesche cigolanti del suo bar e con flemma apriva gli ombrelloni, liberando sedie e tavolini, giunte ormai al trentesimo anno di vita, dalle catene antifurto, anch’esse su per giù della stessa età.
Mi piaceva frequentare quel bar, specialmente la domenica mattina, quando non avevo alcun impegno. Mi sentivo completamente a mio agio. Sapevo che avrei trovato il solito giornale al solito posto e che non avrei dovuto sforzarmi di fare ordinazioni. Gennaro conosceva ciò che ogni cliente abituale poteva desiderare.
Alle 8, o giù di lì,  arrivava Lucia, sua moglie. Donna assai paziente. Lei era più moderna, più propensa a stare al “passo coi tempi”. Però questa dote purtroppo veniva vanificata dalla monotonia incorruttibile con cui Gennaro scandiva le giornate.
Billy, il loro adorato meticcio biondo, li osservava dall’esterno, proprio come un cane da guardia. Stava sempre lì, sdraiato all’ombra di un grande albero di limoni; e con la stessa pazienza del suo padrone, attendeva l’ora del pasto, l’ora dei bisogni e l’ora della chiusura del bar.
Gennaro era soddisfatto così. Non chiedeva nulla e nulla si attendeva dalla vita, anzi, ogni cambiamento lo terrorizzava. Neanche il bar aveva mai rinnovato; sempre lo stesso da trent’anni: bancone in formica rossa con bordo in alluminio.
Lucia ci aveva provato più volte a convincerlo a rinnovare il locale, ma ricevendo sempre e solo alzate di spalle, si era rassegnata. Gennaro odiava perfino i nuovi gusti di caramelle, le novità commerciali. Con la conseguenza che si era ridotto a vendere solo le classiche Saila e le Rossana, non c’era scelta. Era così, le novità gli scombussolavano tragicamente i punti di riferimento, la tranquillità.
Ricordo ancora nitidamente quel giorno in cui venne il sindaco. Non perché non venisse mai, non dico questo, ma perché era in veste di ambasciatore di una terribile notizia. Quel giorno, ricordo, era molto afoso e tutti eravamo molto stanchi e accaldati, tranne lui, Gennaro, che non perdeva mai il ritmo dei suoi movimenti tra gli scaffali delle bottiglie e la macchina del caffè, neanche con 40 gradi all’ombra! Però, dopo la notizia del sindaco, il clima cambiò, diventò funereo, e i movimenti di Gennaro, per la prima volta da quando lo conoscevo, subirono un vistoso e anche preoccupante rallentamento.
Avendo una certa confidenza, non esitai ad avvicinarmi al bancone non solo per informarmi di quale tremenda notizia si fosse trattato, ma anche con l’intenzione di confortarlo.
«Oh maronna mia. Ch’taggia ricere? A’ modernità, è arrivata a’ modernità. E je aggia mettere chelli strane machinette pe jucà o’ lotto! E’ fernuta a’ tranquillità».
In effetti, per un uomo come Gennaro, la notizia era tra le più tremende. E non c’era da stupirsi che rimanesse talmente sconvolto da trascorrere parecchie notti insonni. La scelta del suo locale per la ricevitoria del paese era inderogabile e obbligava così il povero Gennaro a calpestare i suoi principi fondati sulle storiche consuetudini. Oltretutto, e fatto non meno rilevante, doveva anche imparare a far funzionare quella stramaledetta, misteriosa e incomprensibile macchina tutta elettronica.
Quel giorno tanto odiato arrivò.
Dopo un corso di appena due ore, Gennaro si era ormai impadronito di quegli strani meccanismi che facevano funzionare la strana macchina. Da un giorno all’altro, e in maniera del tutto inaspettata, se non insperata, il suo volto assunse un nuovo aspetto; come quello di un bambino che impara il meccanismo di un nuovo giocattolo e riesce a farlo funzionare.
Anche nel bar c’era un altro clima, e questo non dispiaceva affatto a Gennaro.
Lucia, poi, era in grazia di dio.
C’era più gente. Alcune persone entravano per consumare, ma poi, o per curiosità, o per scaramanzia, giocavano qualche numero. Altre, al contrario, entravano per giocare e poi, con l’occasione, prendevano un caffè.
Non solo Gennaro era diventato abilissimo in quella nuova attività, ma si stava specializzando sempre più nella cabala e addirittura era il fidato e affidabile consulente dei clienti più affezionati. Lui stesso si divertiva a giocare insieme a Lucia. Ora Gennaro cominciava a pensare che, non sempre, ma qualche volta, le novità possono anche portare qualcosa di buono, ed era contento. Sì, contento, ma pur sempre ancora molto metodico!
Un giorno lui e Lucia, per celebrare l’anniversario dell’installazione di quella maledetta/benedetta macchinetta, giocarono ben 4 numeri per ricordare la data di inaugurazione: 12 maggio 2006, sulla ruota di Napoli.
E la sera, come al solito, accese la TV, attendendo con impazienza la pesca di quelle affascinanti palline.

Estrazioni del lotto: Napoli 12   5   20   6   87

«Oh maronna mia» ebbe la forza di esclamare, mentre pallido scivolava seduto a terra con gli occhi persi nel vuoto. Comportamento alquanto anomalo e fuori dai suoi stereotipi, ma era assolutamente giustificato. Una quaterna secca voleva dire così tanti soldi che neanche poteva immaginare. In vita sua non aveva mai avuto così tanta adrenalina che gli scorreva nelle vene. Era bellissimo percepire quelle sensazioni, e avrebbe voluto tornare indietro negli anni per affrontare qualche rischio pur di vivere con un briciolo di emozioni in più, ma ora erano davvero troppe e lo travolsero.
Lucia, sentendo il marito ansimare, accorse subito e, rendendosi conto di ciò che stava accadendo, si accasciò a terra anche lei, contribuendo a un coro ansimante. Arrivò pure Billy, che non capiva molto, però cominciò ad abbaiare e scodinzolare, leccando le guance di quei volti felicemente turbati.
I due sposi non avevano mai avuto sogni nel cassetto, non potevano immaginare una vita diversa, perché era il bar la loro vita. Passarono giorni e giorni a parlare e pensare a probabili sogni, e solo dopo tanto pensare trovarono d’amore e d’accordo la soluzione per i loro investimenti: migliorare la vita non abbandonando il lavoro.
Mi manca molto quel bar rassicurante e amichevole. Mi mancano i gesti di Gennaro e i cappuccini di Lucia. Mi mancano gli sguardi di Billy e mi manca anche il flipper anni ’60. Ora in piazza hanno aperto una di quelle enoteche che non si chiamano più enoteche, ma wine bar, dove puoi consumare un brunch o l’happy hours o un long drink e non so che altro. Gente incravattata, gelatinata e lampadata, che ti saluta a malapena e sempre di fretta perché “il tempo è denaro”. Sì, mi manca il bar alla vecchia maniera, quello in formica rossa. Ecco perché dopo due anni che non li vedevo, ho deciso di prendermi una vacanza e venirli a trovare.
Non ci crederete. Un posto da favola. Un locale magnifico in un grande bungalow, esotico e allegro, come allegri ora sono Gennaro, Lucia e pure Billy, che pare abbia trovato una cagnolina. Quei due, poi, lavorano a ritmo di musica e riempiono le pause a sbaciucchiarsi.
Appena mi hanno visto, non potete immaginare l’accoglienza. Sono davvero formidabili. Mi hanno offerto la loro specialità, “l’Amalfi”, un cocktail a base di limoncello, rum e menta. Lo sto sorseggiando proprio ora, mentre vi scrivo, seduto a bordo piscina. Dopo una bella nuotata è bello asciugarsi sotto il sole di Santo Domingo.

Emma Saponaro

Foto tratta dal web

Remington

Premessa:
Il racconto che segue è stato scritto per un concorso letterario indetto da Il Messaggero. 10.000 battute ispirate a questo tema: Un giorno ti svegli e non sei più la stessa, ma la proiezione di ciò che avresti voluto essere.
Buona lettura (spero).

Un piccolo cono di luce filtrava attraverso la tenda; era debole e non riusciva a illuminare la stanza. Il buio avvolgeva il risveglio, non capivo dov’ero. Percepivo una sensazione di leggerezza che mi manteneva sospesa, ma dovevo rinunciare a questo fastidioso senso di piacevole smarrimento. Esattamente “un fastidioso senso di piacevole smarrimento”; è così che mi sentivo: disorientata al punto da abbandonare le briglie dei miei pensieri, ma con una punta di disagio per non riuscire a essere cosciente, vigile, attenta, consapevole. Ma al diavolo la consapevolezza. L’aria pungente e l’odore acre di legna bruciata mi suggerivano di essere nel mio rifugio: un piccolo casale di un borghetto arroccato su una verde collina umbra. In quel posto non avevo distrazioni e mi era più facile concentrarmi. Non avevo impegni, né scadenze da rispettare. Mi sentivo autorizzata a isolarmi in modo totale; in mancanza di copertura, non potevo utilizzare neanche il cellulare. La sola cosa che mi dispiaceva di più era di non disporre della connessione internet, ma l’isolamento è una gran bella disintossicazione dalle psicosi del tecnologismo e tutto sommato apprezzavo anche questa rinuncia.
Adoravo quel rifugio, con il suo profumo, il verde che mi riempiva i polmoni e gli occhi, dove dormivo sempre come un angioletto e così profondamente che al risveglio mi dimenticavo chi fossi. Come quel giorno.
Benché non avessi la più pallida idea dell’ora, mi sentivo riposata. Stordita, ma riposata. Così, dopo una stiracchiata, decisi di alzarmi. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti e, come un automa, mi diressi in cucina per la preparazione del mio tè. Non feci in tempo nemmeno a entrare che notai, posata sul tavolo, una vecchia macchina da scrivere meccanica, di quelle antiche. Era nera con i loghi dorati. Una “Remington” chissà di quale anno. Ogni tasto era bianco, tondo, rifinito da un cerchietto dorato. Bellissima. Ma chi l’avesse messa lì, rimaneva comunque un mistero. C’era un foglio bianco già inserito, dunque sicuramente si trattava di un invito; un invito che non potevo certo rifiutare. Ovviamente, dimenticai il tè e soprattutto i suoi poteri stimolanti, perché in quel momento nulla di più stimolante avrei saputo concepire che sedermi e provare quel gioiello. Credo di aver percepito la stessa euforia di un appassionato di motori al volante di una Ferrari. Mi sentivo emozionata, soprattutto quando iniziai a battere i primi tasti, magari anche per la paura di rimanere delusa, non so, per esempio da un cattivo funzionamento. Invece marciava che era una bellezza, era perfetta. Anche il nastro, a quanto pare, era stato ben conservato, non faceva sbavature.
Incredibile. Mi sorpresi di come le dita slittassero con estrema velocità sui tasti duri. Abituata alla tastiera del computer, non credevo di essere altrettanto veloce con una macchina di quel tipo. Le parole si imprimevano sulla carta esattamente come volevo io. Potevo pigiare i tasti con la forza che decidevo, cosicché la lettera veniva stampata con la sua forma unica, diversa dalle altre, come la “a” panciuta o la “l” sbiadita. Era un piacere anche inalare l’odore dell’inchiostro. Avevo di fronte una macchina con il suo carattere particolare e di conseguenza dovevo stare attenta a non fare errori, altrimenti avrei dovuto ricominciare daccapo. Che bella sensazione! Il timore di sbagliare, l’estetica dei caratteri impressi e l’odore che emanava la rendevano quasi umana.
Accomodata già da un pezzo al mio posto di combattimento, e focalizzando tutta l’attenzione su di lei, avevo dimenticato una questione fondamentale: cosa scrivere.
«Mademoiselle, mademoiselle…»
Gridò stridula all’esterno una voce femminile. Una voce francese, sicuro. Accorgermi di non essere sola in quel week-end mi provocò un senso di leggero fastidio e sperai di esser almeno lasciata in pace. Avevo da fare!
Il tempo di articolare questo pensiero e sentii bussare alla porta. La donna che mi si presentò davanti mi era totalmente sconosciuta. Era vestita con una gonna azzurra lunga con sopra un grembiule bianco come il fazzoletto che le copriva la testa.
«Mademoiselle, allez vous bien?»
«Se mi sento bene? Certo!»
«J’ai apporté le pain et les œufs frais.»
«Uova? Grazie, non doveva disturbarsi.»
«Mademoiselle, vous n’êtes pas bien! Vous voulez toujours mes oeufs! Qu’est-ce qui ne va pas?»
«Non capisco molto bene il francese, mi scusi signora»
«Mi chiama anche “signora”? Non la comprendo. Se vuole le uova sono qui, se ha deciso di farmi uno scherzo, oggi non è giornata», disse sbuffando mentre andava via. Poi, come se ci avesse ripensato, girò su se stessa e mi disse: «Altra cosa, messieur Jean-Paul ha detto che telefonerà alla solita ora, le lascio la porta aperta, io dovrò andare a lavorare».
Rimasi sull’uscio a bocca spalancata, fino a quando la donna scomparve dalla mia vista; solo allora, non so per quale motivo, la rincorsi.
«Mademoiselle…» fui stavolta io a gridare.
Voltandosi, notai che la sua espressione mostrava insofferenza, ma nonostante tutto non mi intimidiva.
«La prego, non capisco. Non se ne vada così… Ma lei lavora anche la domenica?»
«E come pensa che manteniamo i cinque figli che abbiamo? E poi, me lo chiede come se non lo sapesse già…»
«Già?!… E suo marito?»
«Mio marito lavora nei campi, e se torna e non trova il pranzo pronto son dolori. Quindi, visto che fa finta di non sapere nulla, io andrei…»
«Vuol dire che lei lavora tutti i giorni e in più bada ai suoi figli e alla casa?»
«Le sembra strano?»
«No, mi sembra ingiusto, impari, iniquo, inaccettabile…»
«Come no? Lo vada a dire agli uomini del paese…»
«Se ogni donna la pensasse come lei, saremmo ancora all’età della pietra. Non basta lottare con i movimenti, bisogna farlo individualmente. È così che si esce dalla sovranità maschile!»
«Ora sì che la riconosco! Au revoir, mademoiselle».
Rimasi impietrita, sconvolta, confusa. Non capivo neanche il senso dell’ultima frase che mi era uscita di bocca, ma mi piaceva, la condividevo e così tentai di continuare la conversazione, ma quella donna era già andata via, e non sapevo neanche dove abitasse.
Feci appena in tempo a voltarmi per rientrare in casa che mi trovai di fronte un uomo basso e grassottello, con dei baffi molto sottili e scuri. Portava a tracolla una grande borsa di cuoio, si teneva appoggiato a una vecchia bicicletta e guardandomi sorridente mi porse un biglietto: «Bonjour, ceci est pour vous, mademoiselle».
Proprio non riuscivo a capire cosa accidenti stava succedendo. Forse, il borgo si era semplicemente popolato di una colonia di francesi, eppure c’era nell’aria qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Comunque, presi il biglietto e lo ringraziai congedandolo. Mi affrettai a chiudere la porta alle mie spalle, entrai in cucina e, seduta, estrassi il biglietto con una certa dose di curiosità. Ma, accidenti a lui, anche quello era in francese! Rincorsi l’uomo che non era ancora montato sulla bicicletta e gli chiesi se per caso fosse in grado di tradurmelo in italiano.
«Allez vous bien, mademoiselle?» fu l’unica risposta che ricevetti, ma accorgendosi del mio disorientamento, afferrò il biglietto e lesse:

Mia cara Castoro,
sono stanco. Stare in mezzo alla borghesia pur non volendolo è un impegno assai faticoso. D’altronde, sono sempre più convinto che sia indispensabile attaccare ciò che potrebbe nuocere e toglierci la libertà di scrivere. Ora è più che mai necessario lottare per la nuova morale: la libertà. Vedrai, riusciremo ad abbattere tutte le barriere mentali, in nome del nostro nuovo umanesimo. Continua così, aiutami a preparare l’avvenire.
Stai attenta a ciò che comunichi, ricorda che noi scriviamo per loro, perché senza di loro non siamo nessuno.
Mi manca il nostro angolo al Café de Flore, annebbiato dalle Lucky Strike; mi manca Saint-Germain-des-Prés, mi mancano il nostro vino e le nostre chiacchierate, sulle note della splendida voce di Juliette.
Mi manchi tu, Castorino.
Tuo J-P

Avvertii un calore interno che saliva fino alle tempie. Avevo la bocca arsa dalla sete. Rientrai in casa per prendere dell’acqua fresca e mi accorsi che al posto del frigorifero c’era solo un tavolinetto tondo con una grande brocca di acqua. Ebbi un sussulto. Incredula e impaurita corsi in camera da letto per guardare negli armadi. Come immaginavo: tutti i vestiti sul grigio, gonne strette e lunghe, a occhio, fino a sotto il ginocchio; camicette bianche, corte e scamiciate; pantaloni e maglie. Nella scarpiera solo scarpe basse.
Tornai in cucina. Guardai il foglio inserito nella Remington. Qualcuno aveva scritto:

“Sto scavando costantemente nella mia coscienza di donna… NO
La borghesia è un male che va combattuto per ridare la coscienza politica… NO
Donne non si nasce ma… NO
Ha ragione Jean-Paul, devo aspettare, non posso scrivere tanto per scrivere. Chiudo e riprenderò domani. Simone”

“Simone?” pensai. E il trillo del campanello mi svegliò.
Un sospiro di sollievo pose fine alla mia avventura. All’improvviso tutto fu chiaro: non esiste bravura, non esistono epoca, riconoscimento, professione, non c’è nulla che possa deviare dalla passione per la scrittura. È una passione uguale per tutti; è il bisogno di trascrivere la propria vita nelle lettere giuste; è il bisogno.
Mi ritrovai seduta di fronte al portatile. Fissavo sul monitor la pagina bianca di word che rimase così per lungo tempo.
Spensi tutto e uscii.

Emma Saponaro