Il tè della domenica

IMG_1017Il campanello di casa mi avverte che finalmente mio padre è arrivato. È sempre in ritardo e ora che è molto anziano lo è ancora di più. Oggi più di tutte le altre volte.
Apro la porta e rimango stupita dal fatto che si trovi in compagnia di un signore che, tra l’altro, non mi presenta.
«Salve. Prego, accomodatevi.», dico stendendo il braccio verso il divano poco lontano dalla porta.
Papà passa per primo e mi lancia un’occhiata di rimprovero, almeno percepisco questo.
Preparo del tè, ma stavolta mio padre non ha portato i pasticcini come fa ogni domenica pomeriggio da quando la mamma ci ha lasciati. Ha anche problemi di memoria e, pur essendo goloso, stavolta si è dimenticato i dolci. È peggiorato. Dispongo sul vassoio la teiera, le tre tazze e le ciambelline alle nocciole che ho preparato qualche giorno fa.
Nella sua impeccabile eleganza, il signore accanto a mio padre mi appare stravagante. Indossa un completo nero, una camicia bianca e una cravatta scura. Capelli pettinati all’indietro con del gel, suppongo. Guardo anche le scarpe: anch’esse eleganti, di coppale e con i lacci.
«Prego, gradisce del tè?»
«Oh grazie, signora. Un po’ di calore non lo rifiuto mai», risponde accennando un sorriso che allontana per un paio di secondi l’ombra scura che avvolge il suo volto.
«Allora, papà, cosa mi racconti?»
«Niente di nuovo. Solo qualche acciacco in più e mi sento tanto stanco.»
Parlo con mio padre, ma non perdo di vista il suo amico. Beve con piccoli sorsi lenti e in maniera composta, eccessivamente composta. Che sia un militare?
«Papà, vuoi venire a Natale qui da noi, e invitare anche il signore a stare qui con noi? Se non ha altri impegni, naturalmente.»
«No, figlia mia. Non so neanche se ce la faccio a venire. Non mi sento granché bene.»
«Smettila», gli dico mentre fletto una mano verso di lui. Ma in realtà sono curiosa di sapere cosa mi risponde questo strano tipo e insisto domandandoglielo direttamente.
Sorride ancora, guarda verso mio padre, poi di nuovo verso di me. Sto aspettando e lui, con flemma, posa la tazza per parlare.
«Con piacere, ma il mio lavoro non mi permette di programmare nulla in anticipo.»
Lo guardo con aria interrogativa. Vorrei vedere il suo sguardo, ma gli occhiali scuri me lo impediscono. È impassibile, ma non ha altra scelta che quella di dirmi qualcosa di più.
«Mi piacerebbe, signora, tanto. Sa, non sono abituato a ricevere molti inviti. Sentire un po’ di calore umano mi solleva l’animo dalla freddezza che mi avvolge quando lavoro.»
Ne so meno di prima.
«L’invito non scade. Anche se si presenterà all’ultimo minuto», insisto.
«Se mi dà il numero di telefono, glielo farò sapere». Scosta la giacca dal petto per prendere la penna dal taschino interno. Sento il gelo dentro.
Non capisco, o forse sì. Volgo lo sguardo a mio padre: mi sta guardando con dolcezza, mentre annuisce.
«No, papà, ti prego, ancora è presto!». Forse ho capito. Forse non voglio accettare.

by Emma Saponaro

foto scattata da Emma S. a “101 tipi di tè” Calcata.

Sarà quel che sarà

gelosiaNon c’è notte che Paolo non entri nei miei sogni, nei miei incubi.
La bacia ogni volta, e poi mi guarda.
Il ghigno stampato sul suo volto entra dritto nella mia testa, come una lama impietosa.
Questa notte Paolo mi appare diverso, pallido, stanco, insignificante. Preoccupato, mi guarda e mi supplica.
Il fremito che mi scivola lungo la schiena mi ricorda che ho un corpo. Sento il suo peso, ma non lo comando più. Una forza lo guida, non io.
Non ho mai provato tanto odio. Sarà questo a darmi forza?
Con fermezza ed estrema calma, estraggo la Beretta dalla tasca interna del giubbotto di pelle nero.
Uno sparo, due, tre, quattro, cinque, sei… Un attimo dopo il susseguirsi delle immagini: i fiotti di sangue fuoriescono dal collo e dal torace di Paolo. I suoi urli soffocati ora gridano nel sangue, un sangue che si trasforma in infiniti gorgoglii. Bolle purpuree che non si dimenticano.
Lo sguardo terrorizzato di Paolo rimane fisso, anche quando il corpo scivola lento lungo la parete che si è tinta di rosso.
Poi un tonfo.
Tremebondo, fradicio di sudore, spaventosamente confuso, mi guardo intorno: sono steso sul tappeto della mia stanza da letto. Tiro un sospiro di sollievo.
Come può un uomo ridursi così? È inaccettabile.
Capisco, ora capisco. Tutto quell’odio è rivolto a me, solo a me, alla mia debolezza, alla fottuta incapacità di dichiarare i miei sentimenti. È la vita che decide per me e io non voglio, non voglio più.
Sento la mia impotenza scivolare lentamente verso il basso, proprio come il corpo di Paolo.
Ce la devo fare. Ce la farò.
Mi vesto di coraggio. Accendo una sigaretta, la mia prima sigaretta, e vado da lei. Citofono e aspetto che mi risponda. Sono le tre del mattino, ma non m’importa. Devo dirle ciò che sento, ciò che sono, ciò che voglio.
Il resto non ha più importanza.

by Emma Saponaro

foto tratta dal web

Apnea

212115Se solo le avesse dedicato più considerazione dimostrando quello che diceva di provare, lei non avrebbe trattato il corpo con disprezzo.
Accadde un’altra volta e lei non perse tempo. Non un minuto per pensare, ma assecondare il dolce e inquieto richiamo che avrebbe punito il corpo alleggerendo la mente. Un’onda e poi un’altra e poi tante altre suggerivano al suo cuore che non avrebbe potuto più lottare. Lo sguardo rassegnato e quasi ipnotizzato si posò sulla schiuma marina e da questa venne attratto il suo corpo. Si tuffò, nuotò lontano, verso l’orizzonte, quasi a rincorrere un traguardo irraggiungibile. Ogni bracciata era un pugno nello stomaco, un ricordo doloroso. Respirava aria e la risputava sott’acqua con forza, respirava e nuotava, respirava e nuotava, non era affaticata e continuò ad affondare le bracciate nell’acqua come schiaffi violenti fino a quando il fiato non si esaurì. Solo allora si fermò, esausta. Ansimava. Sentiva l’odore di salsedine che bruciava quelle ferite ancora aperte, e poi gli occhi e poi la gola. Sopra di lei una coltre di nuvole compatte, intorno a lei l’azzurro sbiadito del mare che via via sfumava verso il cielo. Aveva perso l’orizzonte, aveva perso la terra, aveva perso la dignità. Si sentiva sospesa dentro una grande bolla grigia che la avvolgeva con soffice delicatezza, mantenendola lontana dal mondo. Non sentiva niente, ma non si preoccupò.
Sdraiandosi sull’acqua, si abbandonò a un riposo. Sapeva di non poter far nulla, solo aspettare. Aspettare. Lui. O la pace. 

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

La Signora del Teatro – Omaggio a Mariangela Melato

Neanche tre anni fa ho avuto la possibilità di andarla a vedere al Teatro Valle.
Ero stanchissima, quel giorno, ma il suo richiamo era stato più forte. Non potevo farmi sfuggire quella occasione. Andai.
Interpretava Il Dolore, di Marguerite Duras. Un monologo di due ore che durò l’attimo di due respiri, uno di attesa e l’altro di dolore.
Mi commossi. Riuscì lei a farmi commuovere, a trascinarmi sul palcoscenico per farmi entrare nella realtà che stava rappresentando.
Al termine, le mie amiche ed io uscimmo dal teatro sconvolte,  in silenzio.
Ci fu solo un fugace saluto e ognuna a casa sua.
Grazie Mariangela,
Emma

Vi invito a vedere questo spezzone di tre minuti… emozionante anch’esso.