Il lotto di Gennaro

Racconto esercitazione del 2008

Cari amici, vi ricordate il bar di Gennaro?Pochi tavolini semi assolati nella piazza centrale di un paesino della costa amalfitana. Bar Grande Italia! Nome alquanto pretenzioso per un locale piccolo e semplice; tale e quale al suo titolare: Gennaro. Un uomo esile, tranquillo, timido, e molto metodico.
Alle 7 di ogni mattina, cascasse il mondo, alzava le saracinesche cigolanti del suo bar e con flemma apriva gli ombrelloni, liberando sedie e tavolini, giunte ormai al trentesimo anno di vita, dalle catene antifurto, anch’esse su per giù della stessa età.
Mi piaceva frequentare quel bar, specialmente la domenica mattina, quando non avevo alcun impegno. Mi sentivo completamente a mio agio. Sapevo che avrei trovato il solito giornale al solito posto e che non avrei dovuto sforzarmi di fare ordinazioni. Gennaro conosceva ciò che ogni cliente abituale poteva desiderare.
Alle 8, o giù di lì,  arrivava Lucia, sua moglie. Donna assai paziente. Lei era più moderna, più propensa a stare al “passo coi tempi”. Però questa dote purtroppo veniva vanificata dalla monotonia incorruttibile con cui Gennaro scandiva le giornate.
Billy, il loro adorato meticcio biondo, li osservava dall’esterno, proprio come un cane da guardia. Stava sempre lì, sdraiato all’ombra di un grande albero di limoni; e con la stessa pazienza del suo padrone, attendeva l’ora del pasto, l’ora dei bisogni e l’ora della chiusura del bar.
Gennaro era soddisfatto così. Non chiedeva nulla e nulla si attendeva dalla vita, anzi, ogni cambiamento lo terrorizzava. Neanche il bar aveva mai rinnovato; sempre lo stesso da trent’anni: bancone in formica rossa con bordo in alluminio.
Lucia ci aveva provato più volte a convincerlo a rinnovare il locale, ma ricevendo sempre e solo alzate di spalle, si era rassegnata. Gennaro odiava perfino i nuovi gusti di caramelle, le novità commerciali. Con la conseguenza che si era ridotto a vendere solo le classiche Saila e le Rossana, non c’era scelta. Era così, le novità gli scombussolavano tragicamente i punti di riferimento, la tranquillità.
Ricordo ancora nitidamente quel giorno in cui venne il sindaco. Non perché non venisse mai, non dico questo, ma perché era in veste di ambasciatore di una terribile notizia. Quel giorno, ricordo, era molto afoso e tutti eravamo molto stanchi e accaldati, tranne lui, Gennaro, che non perdeva mai il ritmo dei suoi movimenti tra gli scaffali delle bottiglie e la macchina del caffè, neanche con 40 gradi all’ombra! Però, dopo la notizia del sindaco, il clima cambiò, diventò funereo, e i movimenti di Gennaro, per la prima volta da quando lo conoscevo, subirono un vistoso e anche preoccupante rallentamento.
Avendo una certa confidenza, non esitai ad avvicinarmi al bancone non solo per informarmi di quale tremenda notizia si fosse trattato, ma anche con l’intenzione di confortarlo.
«Oh maronna mia. Ch’taggia ricere? A’ modernità, è arrivata a’ modernità. E je aggia mettere chelli strane machinette pe jucà o’ lotto! E’ fernuta a’ tranquillità».
In effetti, per un uomo come Gennaro, la notizia era tra le più tremende. E non c’era da stupirsi che rimanesse talmente sconvolto da trascorrere parecchie notti insonni. La scelta del suo locale per la ricevitoria del paese era inderogabile e obbligava così il povero Gennaro a calpestare i suoi principi fondati sulle storiche consuetudini. Oltretutto, e fatto non meno rilevante, doveva anche imparare a far funzionare quella stramaledetta, misteriosa e incomprensibile macchina tutta elettronica.
Quel giorno tanto odiato arrivò.
Dopo un corso di appena due ore, Gennaro si era ormai impadronito di quegli strani meccanismi che facevano funzionare la strana macchina. Da un giorno all’altro, e in maniera del tutto inaspettata, se non insperata, il suo volto assunse un nuovo aspetto; come quello di un bambino che impara il meccanismo di un nuovo giocattolo e riesce a farlo funzionare.
Anche nel bar c’era un altro clima, e questo non dispiaceva affatto a Gennaro.
Lucia, poi, era in grazia di dio.
C’era più gente. Alcune persone entravano per consumare, ma poi, o per curiosità, o per scaramanzia, giocavano qualche numero. Altre, al contrario, entravano per giocare e poi, con l’occasione, prendevano un caffè.
Non solo Gennaro era diventato abilissimo in quella nuova attività, ma si stava specializzando sempre più nella cabala e addirittura era il fidato e affidabile consulente dei clienti più affezionati. Lui stesso si divertiva a giocare insieme a Lucia. Ora Gennaro cominciava a pensare che, non sempre, ma qualche volta, le novità possono anche portare qualcosa di buono, ed era contento. Sì, contento, ma pur sempre ancora molto metodico!
Un giorno lui e Lucia, per celebrare l’anniversario dell’installazione di quella maledetta/benedetta macchinetta, giocarono ben 4 numeri per ricordare la data di inaugurazione: 12 maggio 2006, sulla ruota di Napoli.
E la sera, come al solito, accese la TV, attendendo con impazienza la pesca di quelle affascinanti palline.

Estrazioni del lotto: Napoli 12   5   20   6   87

«Oh maronna mia» ebbe la forza di esclamare, mentre pallido scivolava seduto a terra con gli occhi persi nel vuoto. Comportamento alquanto anomalo e fuori dai suoi stereotipi, ma era assolutamente giustificato. Una quaterna secca voleva dire così tanti soldi che neanche poteva immaginare. In vita sua non aveva mai avuto così tanta adrenalina che gli scorreva nelle vene. Era bellissimo percepire quelle sensazioni, e avrebbe voluto tornare indietro negli anni per affrontare qualche rischio pur di vivere con un briciolo di emozioni in più, ma ora erano davvero troppe e lo travolsero.
Lucia, sentendo il marito ansimare, accorse subito e, rendendosi conto di ciò che stava accadendo, si accasciò a terra anche lei, contribuendo a un coro ansimante. Arrivò pure Billy, che non capiva molto, però cominciò ad abbaiare e scodinzolare, leccando le guance di quei volti felicemente turbati.
I due sposi non avevano mai avuto sogni nel cassetto, non potevano immaginare una vita diversa, perché era il bar la loro vita. Passarono giorni e giorni a parlare e pensare a probabili sogni, e solo dopo tanto pensare trovarono d’amore e d’accordo la soluzione per i loro investimenti: migliorare la vita non abbandonando il lavoro.
Mi manca molto quel bar rassicurante e amichevole. Mi mancano i gesti di Gennaro e i cappuccini di Lucia. Mi mancano gli sguardi di Billy e mi manca anche il flipper anni ’60. Ora in piazza hanno aperto una di quelle enoteche che non si chiamano più enoteche, ma wine bar, dove puoi consumare un brunch o l’happy hours o un long drink e non so che altro. Gente incravattata, gelatinata e lampadata, che ti saluta a malapena e sempre di fretta perché “il tempo è denaro”. Sì, mi manca il bar alla vecchia maniera, quello in formica rossa. Ecco perché dopo due anni che non li vedevo, ho deciso di prendermi una vacanza e venirli a trovare.
Non ci crederete. Un posto da favola. Un locale magnifico in un grande bungalow, esotico e allegro, come allegri ora sono Gennaro, Lucia e pure Billy, che pare abbia trovato una cagnolina. Quei due, poi, lavorano a ritmo di musica e riempiono le pause a sbaciucchiarsi.
Appena mi hanno visto, non potete immaginare l’accoglienza. Sono davvero formidabili. Mi hanno offerto la loro specialità, “l’Amalfi”, un cocktail a base di limoncello, rum e menta. Lo sto sorseggiando proprio ora, mentre vi scrivo, seduto a bordo piscina. Dopo una bella nuotata è bello asciugarsi sotto il sole di Santo Domingo.

Emma Saponaro

Foto tratta dal web

Remington

Premessa:
Il racconto che segue è stato scritto per un concorso letterario indetto da Il Messaggero. 10.000 battute ispirate a questo tema: Un giorno ti svegli e non sei più la stessa, ma la proiezione di ciò che avresti voluto essere.
Buona lettura (spero).

Un piccolo cono di luce filtrava attraverso la tenda; era debole e non riusciva a illuminare la stanza. Il buio avvolgeva il risveglio, non capivo dov’ero. Percepivo una sensazione di leggerezza che mi manteneva sospesa, ma dovevo rinunciare a questo fastidioso senso di piacevole smarrimento. Esattamente “un fastidioso senso di piacevole smarrimento”; è così che mi sentivo: disorientata al punto da abbandonare le briglie dei miei pensieri, ma con una punta di disagio per non riuscire a essere cosciente, vigile, attenta, consapevole. Ma al diavolo la consapevolezza. L’aria pungente e l’odore acre di legna bruciata mi suggerivano di essere nel mio rifugio: un piccolo casale di un borghetto arroccato su una verde collina umbra. In quel posto non avevo distrazioni e mi era più facile concentrarmi. Non avevo impegni, né scadenze da rispettare. Mi sentivo autorizzata a isolarmi in modo totale; in mancanza di copertura, non potevo utilizzare neanche il cellulare. La sola cosa che mi dispiaceva di più era di non disporre della connessione internet, ma l’isolamento è una gran bella disintossicazione dalle psicosi del tecnologismo e tutto sommato apprezzavo anche questa rinuncia.
Adoravo quel rifugio, con il suo profumo, il verde che mi riempiva i polmoni e gli occhi, dove dormivo sempre come un angioletto e così profondamente che al risveglio mi dimenticavo chi fossi. Come quel giorno.
Benché non avessi la più pallida idea dell’ora, mi sentivo riposata. Stordita, ma riposata. Così, dopo una stiracchiata, decisi di alzarmi. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti e, come un automa, mi diressi in cucina per la preparazione del mio tè. Non feci in tempo nemmeno a entrare che notai, posata sul tavolo, una vecchia macchina da scrivere meccanica, di quelle antiche. Era nera con i loghi dorati. Una “Remington” chissà di quale anno. Ogni tasto era bianco, tondo, rifinito da un cerchietto dorato. Bellissima. Ma chi l’avesse messa lì, rimaneva comunque un mistero. C’era un foglio bianco già inserito, dunque sicuramente si trattava di un invito; un invito che non potevo certo rifiutare. Ovviamente, dimenticai il tè e soprattutto i suoi poteri stimolanti, perché in quel momento nulla di più stimolante avrei saputo concepire che sedermi e provare quel gioiello. Credo di aver percepito la stessa euforia di un appassionato di motori al volante di una Ferrari. Mi sentivo emozionata, soprattutto quando iniziai a battere i primi tasti, magari anche per la paura di rimanere delusa, non so, per esempio da un cattivo funzionamento. Invece marciava che era una bellezza, era perfetta. Anche il nastro, a quanto pare, era stato ben conservato, non faceva sbavature.
Incredibile. Mi sorpresi di come le dita slittassero con estrema velocità sui tasti duri. Abituata alla tastiera del computer, non credevo di essere altrettanto veloce con una macchina di quel tipo. Le parole si imprimevano sulla carta esattamente come volevo io. Potevo pigiare i tasti con la forza che decidevo, cosicché la lettera veniva stampata con la sua forma unica, diversa dalle altre, come la “a” panciuta o la “l” sbiadita. Era un piacere anche inalare l’odore dell’inchiostro. Avevo di fronte una macchina con il suo carattere particolare e di conseguenza dovevo stare attenta a non fare errori, altrimenti avrei dovuto ricominciare daccapo. Che bella sensazione! Il timore di sbagliare, l’estetica dei caratteri impressi e l’odore che emanava la rendevano quasi umana.
Accomodata già da un pezzo al mio posto di combattimento, e focalizzando tutta l’attenzione su di lei, avevo dimenticato una questione fondamentale: cosa scrivere.
«Mademoiselle, mademoiselle…»
Gridò stridula all’esterno una voce femminile. Una voce francese, sicuro. Accorgermi di non essere sola in quel week-end mi provocò un senso di leggero fastidio e sperai di esser almeno lasciata in pace. Avevo da fare!
Il tempo di articolare questo pensiero e sentii bussare alla porta. La donna che mi si presentò davanti mi era totalmente sconosciuta. Era vestita con una gonna azzurra lunga con sopra un grembiule bianco come il fazzoletto che le copriva la testa.
«Mademoiselle, allez vous bien?»
«Se mi sento bene? Certo!»
«J’ai apporté le pain et les œufs frais.»
«Uova? Grazie, non doveva disturbarsi.»
«Mademoiselle, vous n’êtes pas bien! Vous voulez toujours mes oeufs! Qu’est-ce qui ne va pas?»
«Non capisco molto bene il francese, mi scusi signora»
«Mi chiama anche “signora”? Non la comprendo. Se vuole le uova sono qui, se ha deciso di farmi uno scherzo, oggi non è giornata», disse sbuffando mentre andava via. Poi, come se ci avesse ripensato, girò su se stessa e mi disse: «Altra cosa, messieur Jean-Paul ha detto che telefonerà alla solita ora, le lascio la porta aperta, io dovrò andare a lavorare».
Rimasi sull’uscio a bocca spalancata, fino a quando la donna scomparve dalla mia vista; solo allora, non so per quale motivo, la rincorsi.
«Mademoiselle…» fui stavolta io a gridare.
Voltandosi, notai che la sua espressione mostrava insofferenza, ma nonostante tutto non mi intimidiva.
«La prego, non capisco. Non se ne vada così… Ma lei lavora anche la domenica?»
«E come pensa che manteniamo i cinque figli che abbiamo? E poi, me lo chiede come se non lo sapesse già…»
«Già?!… E suo marito?»
«Mio marito lavora nei campi, e se torna e non trova il pranzo pronto son dolori. Quindi, visto che fa finta di non sapere nulla, io andrei…»
«Vuol dire che lei lavora tutti i giorni e in più bada ai suoi figli e alla casa?»
«Le sembra strano?»
«No, mi sembra ingiusto, impari, iniquo, inaccettabile…»
«Come no? Lo vada a dire agli uomini del paese…»
«Se ogni donna la pensasse come lei, saremmo ancora all’età della pietra. Non basta lottare con i movimenti, bisogna farlo individualmente. È così che si esce dalla sovranità maschile!»
«Ora sì che la riconosco! Au revoir, mademoiselle».
Rimasi impietrita, sconvolta, confusa. Non capivo neanche il senso dell’ultima frase che mi era uscita di bocca, ma mi piaceva, la condividevo e così tentai di continuare la conversazione, ma quella donna era già andata via, e non sapevo neanche dove abitasse.
Feci appena in tempo a voltarmi per rientrare in casa che mi trovai di fronte un uomo basso e grassottello, con dei baffi molto sottili e scuri. Portava a tracolla una grande borsa di cuoio, si teneva appoggiato a una vecchia bicicletta e guardandomi sorridente mi porse un biglietto: «Bonjour, ceci est pour vous, mademoiselle».
Proprio non riuscivo a capire cosa accidenti stava succedendo. Forse, il borgo si era semplicemente popolato di una colonia di francesi, eppure c’era nell’aria qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Comunque, presi il biglietto e lo ringraziai congedandolo. Mi affrettai a chiudere la porta alle mie spalle, entrai in cucina e, seduta, estrassi il biglietto con una certa dose di curiosità. Ma, accidenti a lui, anche quello era in francese! Rincorsi l’uomo che non era ancora montato sulla bicicletta e gli chiesi se per caso fosse in grado di tradurmelo in italiano.
«Allez vous bien, mademoiselle?» fu l’unica risposta che ricevetti, ma accorgendosi del mio disorientamento, afferrò il biglietto e lesse:

Mia cara Castoro,
sono stanco. Stare in mezzo alla borghesia pur non volendolo è un impegno assai faticoso. D’altronde, sono sempre più convinto che sia indispensabile attaccare ciò che potrebbe nuocere e toglierci la libertà di scrivere. Ora è più che mai necessario lottare per la nuova morale: la libertà. Vedrai, riusciremo ad abbattere tutte le barriere mentali, in nome del nostro nuovo umanesimo. Continua così, aiutami a preparare l’avvenire.
Stai attenta a ciò che comunichi, ricorda che noi scriviamo per loro, perché senza di loro non siamo nessuno.
Mi manca il nostro angolo al Café de Flore, annebbiato dalle Lucky Strike; mi manca Saint-Germain-des-Prés, mi mancano il nostro vino e le nostre chiacchierate, sulle note della splendida voce di Juliette.
Mi manchi tu, Castorino.
Tuo J-P

Avvertii un calore interno che saliva fino alle tempie. Avevo la bocca arsa dalla sete. Rientrai in casa per prendere dell’acqua fresca e mi accorsi che al posto del frigorifero c’era solo un tavolinetto tondo con una grande brocca di acqua. Ebbi un sussulto. Incredula e impaurita corsi in camera da letto per guardare negli armadi. Come immaginavo: tutti i vestiti sul grigio, gonne strette e lunghe, a occhio, fino a sotto il ginocchio; camicette bianche, corte e scamiciate; pantaloni e maglie. Nella scarpiera solo scarpe basse.
Tornai in cucina. Guardai il foglio inserito nella Remington. Qualcuno aveva scritto:

“Sto scavando costantemente nella mia coscienza di donna… NO
La borghesia è un male che va combattuto per ridare la coscienza politica… NO
Donne non si nasce ma… NO
Ha ragione Jean-Paul, devo aspettare, non posso scrivere tanto per scrivere. Chiudo e riprenderò domani. Simone”

“Simone?” pensai. E il trillo del campanello mi svegliò.
Un sospiro di sollievo pose fine alla mia avventura. All’improvviso tutto fu chiaro: non esiste bravura, non esistono epoca, riconoscimento, professione, non c’è nulla che possa deviare dalla passione per la scrittura. È una passione uguale per tutti; è il bisogno di trascrivere la propria vita nelle lettere giuste; è il bisogno.
Mi ritrovai seduta di fronte al portatile. Fissavo sul monitor la pagina bianca di word che rimase così per lungo tempo.
Spensi tutto e uscii.

Emma Saponaro

Un equivoco micidiale

Io sono pigro. Molto pigro. Mi piace svegliarmi con calma, intorno a mezzogiorno, poltrire tra le lenzuola e poi, poco alla volta, alzarmi.

Quindi è un po’ un trauma, capirete, svegliarmi alle prime luci dell’alba, legato a una sedia, imbavagliato, di fronte a un uomo con la pistola che mi strilla in faccia. Il peggior risveglio di sempre, senza dubbio.

«Stai scomodo, Roberto?» sta urlando l’uomo con la pistola. «Sei legato troppo stretto? Non preoccuparti, tra poco non sentirai più niente!» Ride. «Finalmente siamo alla resa dei conti, Roberto. Tu mi hai preso tutto. Mi hai rovinato la vita. E ora io mi prenderò la tua. La tua vita.»

«Nnn mchmmm Rbrttt» mugugno.

«Ah! Roberto, è inutile che cerchi di parlare, tanto col bavaglio non ti capisco!»

Ma chi è questo Roberto? Cretino, hai sbagliato persona. Io non sono Roberto!!!
Come diavolo faccio a farglielo capire?.

Sarà uno scherzo. Non è possibile odiare una persona al punto da volerla uccidere e scambiarla per un’altra. Di sicuro si accorgerà dell’errore. Dai, guardami bene, bestiaccia. Su, su, lo vedi che non sono io? Oddio, non riesco più a respirare. Devo rimanere calmo, non farmi prendere dal panico e, soprattutto, non devo farmi vedere impaurito. O forse sì? Non lo so che caspita devo fare. Sto male, sto malissimo,  mi manca il respiro.

E adesso cosa sta facendo? Avvita il silenziatore. Ma questo qui vuole fare sul serio.

«Non soffocare, Roberto, ti voglio uccidere io. Voglio completare l’opera mettendo la mia firma. Stai calmo, non ti agitare troppo, tra poco sarà tutto finito».

La mia vita è finita! È giunta la mia ora, e per uno stupido, fottuto, maledetto equivoco. Chissà questo Roberto cosa gli avrà combinato per farsi odiare così. È inutile, è tutto inutile. Non riesco a fargli capire neanche una sillaba. Più mi lamento e mi sforzo, più lui gode di questa mia agonia. No, devo solo aspettare e sperare che succeda qualcosa. Ma cosa deve succedere? Giusto un miracolo ci vorrebbe.

«Roberto, non ti lamenti più? Bravo. Così si fa. I veri uomini affrontano il loro destino con coraggio. Costi quel che costi».

Un incubo. No, peggio di un incubo. Sto andando incontro alla morte, alla mia morte con piena coscienza e lucidità. E non c’è cosa peggiore. Accidenti, sto avvertendo un certo… Sono sudato, ovunque. Là fuori saranno cinque gradi sotto zero e io, in canottiera, sto sudando. E ora cosa fa? Fuma. Pensavo che fosse il condannato a morte a fumare l’ultima sigaretta, e non il giustiziere. Mah… A questo punto non vedo l’ora di chiudere gli occhi e non sentire più niente. Voglio il nulla, voglio raggiungere la fine con la velocità di una pallottola, non voglio più aspettare, voglio morire adesso, perdio!!! Cosa aspetti, dai, spara!

«Non avrai mica paura, eh? Sei diventato paonazzo. Che ti succede, Roberto, sei impaziente di morire?»

Sì, certo, sono impaziente, mettiti tu qui al posto mio, idiota, e dimmi come ti senti. Ecco, ha pure spento la cicca sul pavimento. Ma cosa importa, ormai. Non importerà neanche a Teresa. Già, Teresa… aprirà la porta e scoprirà il mio corpo inerte, insanguinato. Povera Teresa… Mah… Teresa!!! Mi doveva svegliare per l’appuntamento con il medico, giusto. Beh, mezz’ora sarà passata, quindi dovrebbe chiamare a momenti. Forse una speranza c’è. Risponderà lui; si accorgerà che sta per uccidere l’uomo sbagliato e io sarò salvo. Teresa ti amo!!!

«Sei pronto, Roberto?».

E ora cos’è tutta questa fretta? Su, su, fumati un’altra sigaretta, bevi qualcosa, fai pure come se fossi a casa tua. Tra poco Teresa chiamerà e tu mi chiederai anche scusa.

«Guardami in faccia, voglio centrarti la fronte, Roberto»

«Mmmrrhhhh ghhhhggrrrrr» ho ripreso a mugugnare.

«Zitto. Un colpo e via e…»

Drin… drin

Lo sapevo. Teresa, mia cara, sapevo che mi avresti salvato. Vita mia, quanto ti amo… Ma… ma non risponde? Che fa? Noooooo.

«Pronto?»

«Sono Teresa, ma…»

«Mi hai riconosciuto, vero?»

«Cosa ci fai a casa di…»

«Hai commesso un grave errore. Hai scelto lui e ora rimarrai da sola»

«Marcello, cosa hai fatto? Sei impazzito? Passami Luca, subito!!!»

«Non posso. Sta dormendo come un angioletto con un bel forellino in fronte. Sapessi che goduria chiamarlo con un altro nome… penso che abbia sperato fino alla fine… Addio tesoro, abbi cura di te».

Click

Scritto da Emma Saponaro per la quarta edizione del concorso “Turno di notte” indetto dalle Officine Wort. L’incipit, in grassetto, è dello scrittore Gianluca Morozzi.

Magie portatili

«Voi, che leggete adesso questo libro, vi trovate un po’ più giù di me lungo il fiume del tempo… ma siete probabilmente nel vostro luogo da dove guardare lontano, quello dove andate a ricevere messaggi telepatici. Non che dobbiate esserci; i libri hanno la singolarità di essere magie portatili. Io di solito ne ascolto uno in macchina (sempre in edizione integrale; credo che gli audiolibri in edizione ridotta siano una disgrazia), e ne porto un altro con me ovunque vada. Non si può mai prevedere quando hai bisogno di una via di fuga: una coda di chilometri a un casello, i quindici minuti che devi trascorrere nell’atrio di una tetra palazzina di college prima che il tuo consulente (trattenuto in ufficio dallo sclerato o sclerata di turno che minaccia di suicidarsi perché sta per essere bocciato in qualche cazzuta materia) esca a metterti la firma su una ricevuta, sale d’aspetto negli aeroporti, lavanderie automatiche in pomeriggi piovosi e il peggio del peggio, vale a dire lo studio del medico, quando lui è in ritardo e tu devi aspettare mezz’ora per farti bistrattare qualche parte sensibile. In questi momenti trovo il libro vitale.»

Se non fosse per la breve premessa sul concetto di “telepatia”, nel senso particolare e curioso di comunicazione tra il trasmittente (scrittore) e il ricevente (lettore) attraverso le parole scritte;
se non fosse per i riferimenti come la “tetra palazzina di college” e “il consulente” o “le lavanderie automatiche”,
queste parole – con tutto rispetto per la loro esimia paternità – avrei potuto scriverle io.
In auto, nei viaggi facili, cioè quando la percorrenza è abbastanza lunga e attraversa rettilinei poco trafficati, mi piace gongolarmi ascoltando le parole di Merville nella sua opera Moby Dick. Può anche capitare che inciampo in un passo così intrigante che allungo la strada pur di ascoltare la fine del capitolo. Ecco fatto, ora sapete che anche io sono fruitrice degli audiolibri. Non li sostituisco ai libri, certamente, ma se non posso leggere, perché non approfittare di questo strumento?
Nella mia borsa inoltre è sempre presente almeno un libro leggero da leggere (che strano: leggero da leggere) nei momenti di pausa, di attesa, di noia.

«In questi momenti trovo il libro vitale

Condivido e sottoscrivo, approvo e controfirmo.
Ancora non vi ho detto chi è l’autore? Nientepopodimeno che il Maestro Stephen King nel suo On writer.
Sono in metro e, approfittando di quella mezz’ora di tempo da utilizzare al meglio, sto leggendo il capitolo intitolato Che cos’è scrivere, quando mi perdo proprio nelle parole che vi ho riportato. Mi sorprendo. Chissà quanti di voi hanno le stesse mie abitudini, ma il fatto che le abbia anche Steve, come amichevolmente chiamo Stephen quando lo leggo, beh… mi fa una certa impressione, diciamo pure un certo piacere, più o meno narcisistico. Sono così assorta nella lettura che mi sono accorta (toh, assorta-accorta. Al diavolo, Steve dice di scrivere ciò che si sente)… dicevo, mi sono accorta all’improvviso e con un certo ritardo che uno di due ragazzini, che stanno tentando di uscire di corsa dall’autovettura, è rimasto incastrato tra le due porte. Mi precipito da loro, tento di aprirle con tutta la forza che ho e poi premo un pulsante che non so cosa sia di preciso. Fatto sta che le porte si aprono. Che sollievo veder andar via i ragazzi incolumi, anche se ancora tanto, tanto spaventati… almeno credo. Mi volto e guardo le persone intorno a me, che a loro volta guardano me. Così mostro rabbia e disappunto per la loro passività, per la loro indifferenza, poteva trattarsi di omissione di soccorso, accidenti a loro!
Una signora giapponese si avvicina, mi guarda e ride. Ride proprio forte. Apre la borsa per farmi guardare dentro e dice: “Rubato soldi. Quelli ladri”. E continua a ridere.
Mi affretto a scendere alla stazione successiva… che non è la mia.

by Emma Saponaro

La foto è stata tratta dal web (sito http://www.noidivilla.it)