Come il profumo – # 3

L’attesa

 

Origliando… in spiaggia!

Premessa:
Vi assicuro che è tutto vero. Lo so che non si fa, ma se alcune persone gridano pur stando a distanza ravvicinata vuol dire che vogliono farsi sentire , no? E oltre tutto io non ho nulla da fare, visto che ho dimenticato il libro a casa!

Due signore sessantenni, che in genere si parlano male l’una dell’altra, oggi hanno imbastito un discorso culinario. Stanno parlando amorevolmente sotto l’ombrellone accanto al mio.
Inizia la conversazione la signora bionda «Stasera ho a cena mia figlia Lucrezia, mio genero, mia nipote Angelica, e la mia consuocera. Più mio marito e mia sorella con il marito, siamo in otto. Non potrò andare a giocare a burraco!»
«Accidenti quanti siete, e come ti organizzi?» chiede la signora mora, convinta che a breve potrà godere delle difficoltà dell’amica.
«Figurati! Per me è un piacere cucinare. Ci sono abituata ad avere tante persone a cena. Per noi adulti preparerò un carpaccio di polpo fresco all’aceto balsamico, un po’ di calamarata per chi desidera la pasta, ricciola con patate in crosta e misticanza. Per concludere, giusto un po’ di fragoline con gelato alla vaniglia che ho preparato questa mattina. Mio genero, però, non mangia pesce e quindi per lui ho preparato la parmigiana. Alla piccola Angelica invece polpettine di vitella e purè di patate, ne va pazza»
«Mhhhh» è l’unica cosa che la signora mora riesce ad emettere, dopo lo smacco della signora bionda, ma non perdendosi d’animo irrompe con una notizia eccezionale: «Invece IO ieri ho dato il meglio di me stessa a cena»
«Dimmi, dimmi, mi interessa, cos’hai preparato di buono?»
«Due chili di cozze. Ho cucinato una bella impepata di cozze. Ho fatto soffriggere l’aglio con l’olio. Poi ho buttato le cozze nel tegame con un poco di peperoncino. Ma la difficoltà è nel saperle rimestare ogni tanto. Poi le ho portate a tavola e con il mestolo ho fatto le parti. Quando le cozze si aprono, formano un buon sughetto e quindi ho messo a tavola del buon pane che ho comprato da Iole. Ho fatto un figurone. Solo quelle, ma tante»
La signora bionda non replica, la guarda imbarazzata, tentando forse di nascondere il suo stupore.

Non mi supirebbe se la signora mora stesse pensando: «…quanto è invidiosa!»

by Emma Saponaro

La foto è stata scattata dal mio cellulare

Torta Paradiso

Ogni anno, Filiberto vuole festeggiare il suo compleanno con la Torta Paradiso, il suo dolce preferito, e ogni anno io la preparo e lui finge di rimanerne sorpreso. Arriverà tra due ore e il dolce sarà tiepido come piace a lui. Nel sistemare l’occorrente sul tavolo, mi accorgo che manca un ingrediente fondamentale: la farina. Accidenti! È una domenica di agosto, i negozi sono chiusi, il palazzo è deserto e io… io sono disperata.
Filiberto è andato a pranzo da sua madre. Come ogni anno, lei desidera festeggiare questo giorno sola con lui, per celebrare non tanto il giorno della sua nascita ma quello in cui lei divenne madre. È una donna egoista e detestabile. Per non sentirla, Filiberto preferisce assecondarla, basta che al rientro a casa, festeggi con me e con la Torta Paradiso, ormai è un rito. Ma non quest’anno!
Però forse Dora, la portiera, può aiutarmi.
Scendo al piano terra, suono il campanello. Mi accorgo che la porta è socchiusa e, non ricevendo nessuna risposta, avanzo di un passo solo per farmi sentire: – C’è nessuno in casa? – Nessuna risposta. Non insisto e risalgo nel mio appartamento. Decido di telefonare a Filiberto per proporgli un dolce alternativo, sperando che accetti senza porre troppe domande. Dopo aver composto il numero, una voce registrata mi informa che il cliente da me desiderato non è al momento raggiungibile. Il solito distratto: avrà il cellulare ancora spento. Sono costretta a telefonare a mia suocera che mi informa con tono spietato che Filiberto non è andato da lei. Come può essere possibile? È uscito da tre ore. Mi affaccio e scorgo la sua auto ancora parcheggiata sotto casa. Non capisco e tanto basta per farmi cadere vittima di una preoccupazione allarmante.
Scendo di nuovo da Dora, forse ora sarà rientrata. Il cuore pulsa forte e sembra uscire dal petto e l’afa mi toglie il respiro.
La porta è sempre accostata. – Dora? – urlo questa volta. Cedo all’ansia. Sono sola e potrei cadere vittima di aggressioni o di rapine senza che nessuno se ne accorga. E di Filiberto nessuna traccia. Non ho alternative: mi inoltro nel piccolo appartamento. Bastano tre passi e sono già in cucina.
Quello che si presenta davanti ai miei occhi è uno spettacolo raccapricciante. Mi sento svenire. Non più di ansia si tratta. La nausea sale velocemente, stringendomi la gola e comprimendo il petto. È inevitabile che svuoti completamente lo stomaco. Dora giace supina sul tavolo della cucina; le è stata amputata una gamba. A terra un’enorme pozza di sangue. Continuo a rigettare ormai solo succhi gastrici. L’odore è nauseabondo, lo spettacolo disgustoso. Decido di andar via velocemente. Ho paura, riesco a respirare a malapena, chiudo la porta con quattro mandate sopra, tre sotto, più il chiavistello. Avanzo verso il telefono, sto per afferrarlo quando mi accorgo che è sporco di sangue. Qualcuno ha già… Il panico mi impedisce di riflettere ma non di decidere di scappare. Afferro le chiavi dello scooter e maledico la scrupolosità con la quale ho serrato la porta.
– Claaaraaaa
La voce tonante di Filiberto che proviene dalla cucina mi fa sobbalzare, però mi conforta sapere che sia in casa. Corro da lui per riferirgli quello che ho visto. L’espressione sconvolta di Filiberto mi blocca. È strano: è astemio, ma tiene in mano un calice con del vino di un rosso intenso, talmente corposo che gli ha tinto le labbra. Mi accorgo che la sua camicia è macchiata di sangue e lui ha uno sguardo di ghiaccio perso nel vuoto e le labbra, imbrattate di rosso, accennano un ghigno. È irriconoscibile. La scena agghiacciante della povera Dora è svanita e l’attenzione è concentrata tutta verso lui.
– Cosa ti è successo, Filiberto?
Non risponde, il ghigno esplode in una risata diabolica. Non capisco. Lo guardo e comincia a parlare: – Un compleanno così non lo dimenticherò mai. – risponde continuando a fissare il vuoto davanti a sé – Come è buona Dora, amore mio!

by Emma Saponaro

Questo racconto è stato selezionato per l’antologia “La paura fa 90”

foto tratta dal web

Colazione da Tiffany

Sono rimasta catturata dalla lettura di questo romanzo che ha portato all’apice la fama di Truman Capote. Catturata e stupita. Pensavo, sbagliando, si trattasse di una lettura leggera, romantica, probabilmente perché influenzata dal tono superficiale trasferito nel film omonimo diretto da Blake Edwards.
Capote ci presenta Holly, la protagonista, attraverso una costruzione psicologica che affascina, scandalizza e stupisce. Propongo qui di seguito un passo che mi è piaciuto molto e che racchiude, a mio avviso, l’essenza che caratterizza Holly, figura che all’epoca della pubblicazione del libro, il 1958, suscitò polemiche e pareri contrastanti.
«Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell,» lo ammonì Holly. «È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.»
Buona lettura!